Premier rendez-vous
L’ex enfant
terrible del cinema francese, Leos Carax (Rosso sangue, Gli amanti del Pont-Neuf) torna fra noi
col più inenarrabile e commovente dei film possibili. Partendo semplicemente
dal concetto che dell’Occhio avevano i surrealisti. Già, l’occhio. L’occhio non
può che essere “senza volto”, se parliamo della ancor bellissima Edith Scob. Se poi prendiamo Edith Scob
e la mettiamo a guidare il taxi pluvial di Salvador Dalì e la mandiamo a
scorrazzare Denis Lavant (icona di
tutto il cinema dionisiaco francese) per una Parigi subacquea ed epilettica,
tutto ciò parrà come se sulla pelle indossassimo la celebre maschera di Franju.
(Andrea Bruni).
Second rendez-vous
Mentre David Cronenberg osserva una limousine bianca che percorre New York divenire il proscenio dove rappresentare, con rigore formale
e preveggenza, quel che rimane delle sfere intrapsichiche di freudiana memoria,
a Parigi Leos Carax ne segue un’altra, identica alla prima, nella sua funzione
di trasmettitore. Il segnale trasmesso è cangiante e attraversa un organismo
esso stesso franto e in continua e perpetua metastasi: una Parigi i cui passages sono ormai emanazioni di una
iperrealtà multidimensionale che è già stata surrealtà.
