Ci risiamo, è straordinario come non perdiamo un’occasione
per dimostrare di non possedere memoria a breve termine. Quando si è saputo che
all'ultimo festival di Cannes, dove il film è stato proiettato tre giorni fa, Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann ha ottenuto una
tiepidissima accoglienza, dicheno al
limite dell’imbarazzo, ci si è subito precipitati a ingrossare le fila dei
detrattori, a storcere il nasino alla francese (che non tutti, però, possiamo
esibire) di fronte alla nuova trasposizione del romanzo di Francis Scott Fitzgerald. Nessuno sembra ricordarsi che, nel 1996,
all’uscita di Romeo + Giulietta di
William Shakespeare, la reazione era stata simile se non peggiore, salvo
negli anni successivi sperticarsi in un crescendo di lodi che portarono il film
ad assumere il ruolo principe fra le trasposizioni cinematografiche della
tragedia shakespeariana. Si arrivò persino alla dichiarazione da parte degli
esegeti più intransigenti che Il film fosse in grado di superare la
visione statica e legata di Franco Zeffirelli. Qualcosa mi dice che stessa
sorte toccherà anche al Gatsby di
Luhrmann, una lunga, magnifica, visione in cui il regista australiano riesce a liberare
e materializzare l’incredibile carica visiva insita nella pagina di Fitzgerald.
Il film è punteggiato da citazioni dirette dal romanzo, inserzioni tipografiche
che deflagrano nella visione cinematografica come i fuochi d’artificio durante
una delle feste di Jay Gatsby.
