Con Videodrome
David Cronenberg realizza la sua opera più completa, immaginifica e
pienamente iconica. L’operazione
compiuta è assai raffinata e ha reso la pellicola un feticcio cinematografico
amato e venerato da un vasto fandom (che non manca di rimproverare al “nuovo” Cronenberg di
aver abbandonato la poetica weird
della carne e della sua commistione con la tecnologia).
In Videodrome
Cronenberg muove dalle teorie di Marshall McLuhan - Il massmediologo e
sociologo canadese (come Cronenberg) che meglio di tutti ha messo a fuoco le
potenzialità dei media e della tecnologia a essi associata - in particolar modo
quelle riguardanti gli effetti della televisione e il rapporto tra
individualità, media e tecnologie. Cronenberg coniuga le riflessioni di McLuhan
(materializzato in parte nella figura del professor O’Blivion) con la sua
visione cinematografica basata sul rapporto di entrata-uscita, un cinema che
dai tempi di Stereo sappiamo essere
fatto di ingressi, porte, penetrazioni. Per il protagonista, il disincantato e
sempre più ossessionato Max Renn (James Woods), questo significherà farsi
strumento, mezzo (e quindi messaggio) e perdere la propria individualità e
corporeità.
