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sabato 22 marzo 2014

The Living End di Gregg Araki (1992)


Era il 1992, da lì a poco sarebbe arrivato l’Armageddon Avant-Pop della Teenage Apocalypse Trilogy, con l’esplosione folle e sensuale della realtà in una miriade di frammenti impazziti, provenienti da decine e decine d’immaginari e identità intercambiabili. A quel tempo il giovane Gregg Araki, nato e cresciuto nella Hollywood Babilonia, ha ben chiaro quello che accadrà. Sorride, perché sa già che sarà proprio lui a rappresentare il caleidoscopico tornado invocato da tutte le tribù della controcultura, annunciato dalle trombe di MTV e dall’avvento del cyberspazio. Proprio in quell’anno Araki gira uno dei suoi film più belli: The Living End, che visto a distanza di ventidue anni dalla sua uscita dà la sensazione del capolavoro, sia per il sistema d’amore rappresentato sia per l’energia creativa tutta in low budget e l’aura di iconicità che solo Araki sa donare a tutti i suoi personaggi.
Siamo nella città degli angeli, una bomboletta spray viene agitata sulle colline di Hollywood mentre risuona Godlike dei KMFDM prima che questa venga lanciata contro lo skyline della città. Comincia così il viaggio fra quelle che in Doom Generation saranno le rovine della cultura contemporanea ma che qui sono ancora il luogo ideale per la rappresentazione autocosciente della MTV generation, con i dialoghi e i monologhi autorefenziali mutati da Three Bewildered People in the Night, che saranno poi del manifesto generazionale Totally Fucked Up e della serialità teen che verrà (Dawson’s Creek). Qui il sieropositivo Jon, efebico e malinconico incontra il white hustler Luke - progenie del Bruce Byron di Scorpio Rising - in fuga dopo aver ucciso tre aggressori con indosso le t-shirt di Sex, lies and videotapes e Drugstore Cowboy. I due intraprenderanno un road movie, avanguardia di quello che sarà poi in Doom Generation ma che qui ha ancora le caratteristiche dell’umano nella sua ruvida, sanguinolenta e sensuale rappresentazione.