Sarebbe magnifico conoscere il percorso creativo che ha portato l’allora esordiente Richard Kelly (che, stando alla foto di IMDB, somiglia tanto al suo primo personaggio) alla realizzazione di quel cult assoluto che è Donnie Darko. Sì, perché il giovanissimo regista, con un budget limitato, realizza una visione d’incredibile potenza visiva e concettuale. Una visione in cui riflessione scientifica, echi millenaristici, camp, iperrealismo e iperrealtà pluridimensionale, nevrosi suburbane, gotico americano, psicoanalisi e musica pop, convivono e coagulano insieme sullo schermo. Il risultato è un’esperienza cinematografica unica e straniante, in grado ancora oggi di accendere dibattiti e discussioni, soprattutto nel grande fandom online.
Richard Kelly ambienta la sua storia nel 1988 seguendo un percorso narrativo che si muove lungo un ponte di Einstein-Rosen (o wormhole che dir si voglia) e raccontato attraverso le visioni quotidiane del giovane Donnie Darko (Jake Gyllenhaal) nella cittadina di Middlesex, affollata da una fauna suburbana figlia delle (felici) ossessioni narrative e cinefile del regista che vanno da Stephen King, a E.T. passando per Grace Metalious, Graham Green, Dead Poets Society e John Waters.
