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domenica 23 novembre 2014

Alta tensione di Alexandre Aja (2003)



Quante parole si sono spese sullo splatter! Su quella che per tutti gli anni Novanta è stata «l’estetica dello schizzo di sangue». Una tendenza che inizialmente portò alla riscoperta di tutta una costellazione di pellicole sepolte nei meandri della «seconda scelta» finendo, poi, per ripiegarsi su se stessa, creando fenomeni sempre più imbarazzanti e desolanti. Oggi, horror, splatter, exploitation e fantascienza rivivono grazie a nuova linfa che giovani autori (spesso sotto l’egida dei vecchi numi tutelari) sanno instillare con dedizione e capacità. Un fortunato esempio di questa tendenza è costituito dal trentacinquenne Alexandre Aja che dieci anni fa portava sullo schermo il suo Alta tensione, più che un omaggio al genere slasher, una sua nuova e felice incarnazione, in grado di ottenere successo di pubblico e critica, arrivando a colpire anche Wes Craven (che chiamerà il giovane regista francese per dirigere il remake de Le colline hanno gli occhi).
L’operazione di Alexandre Aja è raffinata e complessa tanto quanto il risultato sullo schermo è immediato e scorrevole. Aja innesta su una parte del plot di Intensity, romanzo di Dean Koontz, le prerogative di uno slasher: oltre all’immancabile bodycount, e a un orribile e mefistofelico assassino che, lento e inesorabile, assottiglia il numero dei personaggi, il sesso (che nello slasher anni Settanta era il «peccato originale», lo spauracchio sempre più psichico che innescava la violenza) e un’agnizione finale che lo rende indimenticabile.