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domenica 18 novembre 2012

INLAND EMPIRE - L'impero della mente di David Lynch (2006)


Diciamolo subito, è impossibile, oltre che sterile, cercare di catalogare le suggestioni che INLAND EMPIRE, l’ultimo capolavoro realizzato da David Lynch nel 2006, ci riserva. Sono esse figlie di un automatismo onirico atto ad allargare la capacità cognitiva e interpretativa dell’oggetto cinematografico. Non a caso INLAND EMPIRE segue il raffinato Mulholland Drive, con cui condivide la cornice metacinematografica (dai contorni soffusi, sfumati, sempre in penombra), intesa come paradigma del raggiungimento di universi “altri”, tasselli, schegge, frammenti che inducono lo spettatore ad abbandonare ancora una volta i rassicuranti concetti di trama e intreccio per un viaggio “poli-emozionale”, il più delle volte impensabile in una sala cinematografica.
La pellicola si apre sull'immagine di una puntina di grammofono su un vinile, una voce (quella dello stesso Lynch) fa un annuncio in stile radiofonico introducendo i concetti di serialità e memoria, nonché di riproducibilità dell’opera massmediale. Non ci sorprende poi l’ouverture europea con i volti edulcorati che vede una prostituta senza memoria insieme a un uomo. La prostituta è una figura psicoantropologica (che, come ci insegna Benjamin, insieme al dandy e al flaneur rappresenta e descrive la modernità) fragile, esposta e sottomessa. «A woman in trouble» recita il sottotitolo originale, diventando interfaccia della rappresentazione del femminile, dilaniato da appetiti ferini, imprigionato, sottomesso nei lascivi ed eleganti frammenti polacchi piuttosto che nell'ambiente familiare suburbano e decisamente orrorifico (potrebbe essere altrimenti?). È inoltre chiaro sin da subito che INLAND EMPIRE si pone come perno dell’intera opera lynchiana: i concetti di colpa e segreto che nella rappresentazione della sitcom dada Rabbits sembra voler richiamare il dubbio massmediatico «chi ha ucciso Laura Palmer?»; la presenza di Laura Dern (Velluto Blu, Cuore Selvaggio), la cui immagine è qui riprodotta e incarnata in decine di personaggi che si avvicendano sul suo volto; il concetto di memoria franto e perduto nei meandri della parola (Hotel Room); la dualità speculare incentrata su una coppia di donne (stilema poetico assai amato da Lynch, ricordiamo Velluto Blu, Strade Perdute, Mulholland Drive): Laura Dern/Karolina Gruszka, Laura Dern/Julia Ormond; persino l’antesignano (nei confronti di questa pellicola) cortometraggio in digitale Darkened Room. È evidente qui il desiderio di Lynch di dialogare con la sua stessa opera, omaggiata persino nel finale réunion sui titoli di coda. «Bellooo» esclamerà la donna con la gamba amputata (un altro riferimento al leggendario corto The Amputee?) mentre il pantheon lynchiano si coagula sulle note di Sinner man di Nina Simone.