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martedì 9 ottobre 2012

I torbidi segreti della vita suburbana: Peyton Place di Grace Metalious (1956)

Immaginate una grigia vita di provincia.
Immaginate una casalinga che ciabatta per casa sistemando soprammobili e portafoto. La cena è in forno e quando il marito, professore di sociologia nella locale Università, tornerà a casa la potrà gustare accompagnata da un buon bicchiere di latte fresco. C’è qualcosa che non va (c'è sempre qualcosa che non va direte voi, cari lettori!), la nostra casalinga è irrequieta, dopo aver riposto l’ultimo piatto nella credenza si avvia in silenzio al carrello dei liquori. Si porta una mano alla fronte e inizia a prepararsi un golden ginger ale. Lo beve tutto d’un fiato per prepararne immediatamente un’altro. Accende la radio, un folle brano jazz riempe il salotto, la nostra casalinga si toglie le pattine e inizia ad ancheggiare sul tappeto. Con il bicchiere in mano si avvia al suo scrittoio, lo poggia da una parte, carica un foglio nella macchina da scrivere e inizia a ticchettare svelta sui tasti. Sono gli anni Cinquanta, la nostra casalinga altri non è che Grace Metalious e il manoscritto in gestazione è la bozza di quello che tutti conosceranno come Peyton Place.
Per due terzi classico e per un terzo icona trashy il romanzo che in Italia troviamo edito da Einaudi è frutto di un lungo e raffinato lavoro di editing e comunicazione, operato non solo sul testo ma anche sulla sua autrice, eletta a personaggio torbido con il titolo di «Pandora in blue jeans», colei che sola e spregiudicata ha voluto spiare e raccontare le torbide e inquietanti storie della provincia americana, fino ad allora rappresentata da eleganti casalinghe, angeli del focolare, succulenti roastbeef e prati perfettamente curati.