Se Sulla
strada (1957) rappresenta il volto di una nuova,
giovane, generazione, figlia della piccola borghesia statunitense, in fuga
dalla pervadente phoniness (falsità/ipocrisia)
della società dei consumi, I vagabondi del Dharma, uscito un
anno dopo, è la naturale continuazione del percorso intrapreso da Jack Kerouac, con la fisiologica presa
di distanza dalla scena generazionale che lo stesso autore aveva contribuito a
creare. Ne I vagabondi la visione si
fa più malinconica, personale, certamente più ispirata. La ricerca della
«visione di potere della solitudine», il confronto ad alto contenuto emozionale
con la bellezza sovrastante e impermanente della natura producono pagine di
straordinaria bellezza (letteralmente mozza fiato). Tutto ciò nel viaggio di
Ray Smith, dal campus liberale di Berkeley (dove scorgiamo i volti di Allen
Ginsberg, Philip Whalen e di altri esponenti del San Francisco Renaissance),
fino alla corsa forsennata e surreale giù dai monti del Matterhorn Peak, e ancora
il ritorno a casa nell’inverno della Carolina e la conclusione sul Desolation
Peak (non prima che un certo battello sia partito per il Giappone…) per
l’ultima, immane, visione finale.
