Esiste una nuova schiera di narratori americani,
spregiudicati e talentuosi, che si è presa carico di realizzare
quell'aspirazione comunitaria nota ai più come la stesura del «grande romanzo
americano». Questo gruppo di autori ha scelto come mezzo non più la carta
stampata bensì il piccolo schermo, ha attraversato l'âge d'or della serialità televisiva, moltiplicando le possibilità
di concretizzare l’idea di una narrazione di grande respiro, di un immaginario
il più univoco possibile che non disdegni di guardare alle proprie origini, alla
serialità narrativa, al racconto che è alla base della migliore narrativa
americana, da Mark Twain e Sherwood Anderson in poi. Tre di loro meritano
particolare menzione: Alan Ball (padre di Six
feet under e True Blood), I.
Marlene King (Pretty Little Liars) e
Ryan Murphy (Nip/Tuck, Glee). Tralasciando, solo per ora, i
primi due occupiamoci del diafano creatore di Nip/Tuck, in particolare della «creatura» data alla luce dopo che Sean
McNamara ha lasciato Christian Troy all'aeroporto di Los Angeles. È proprio
qui, nella città degli angeli, che arrivano da Boston gli Harmons, nuovi e
ignari proprietari di quella che impareranno a conoscere come la Murder House, paradigma fisico e
proscenio multiplo della prima stagione di American Horror Story.
