Ci risiamo, è straordinario come non perdiamo un’occasione
per dimostrare di non possedere memoria a breve termine. Quando si è saputo che
all'ultimo festival di Cannes, dove il film è stato proiettato tre giorni fa, Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann ha ottenuto una
tiepidissima accoglienza, dicheno al
limite dell’imbarazzo, ci si è subito precipitati a ingrossare le fila dei
detrattori, a storcere il nasino alla francese (che non tutti, però, possiamo
esibire) di fronte alla nuova trasposizione del romanzo di Francis-Scott Fitzgerald. Nessuno sembra ricordarsi che, nel 1996,
all’uscita di Romeo + Giulietta di
William Shakespeare, la reazione era stata simile se non peggiore, salvo
negli anni successivi sperticarsi in un crescendo di lodi che portarono il film
ad assumere il ruolo principe fra le trasposizioni cinematografiche della
tragedia shakespeariana. Si arrivò persino alla dichiarazione da parte degli
esegeti più intransigenti che Il film fosse persino in grado di superare la
visione statica e legata di Franco Zeffirelli. Qualcosa mi dice che stessa
sorte toccherà anche al Gatsby di
Luhrmann, una lunga, magnifica, visione in cui il regista australiano riesce a liberare
e materializzare l’incredibile carica visiva insita nella pagina di Fitzgerald.
Il film è punteggiato da citazioni dirette dal romanzo, inserzioni tipografiche
che deflagrano nella visione cinematografica come i fuochi d’artificio durante
una delle feste di Jay Gatsby.
ONLY RECENSIONI TO PLAY WITH
Un vizio di forma
sabato 18 maggio 2013
venerdì 17 maggio 2013
Dark Star di John Carpenter (1974)
Proviamo a collocarci temporalmente. Attenzione,
siamo molto prima della definitiva rottura, poco tempo prima dell’inizio delle
due incredibili carriere che i nostri protagonisti intraprenderanno nel cinema,
lavorando su piani e in modi diversi. Siamo dopo che i nostri due eroi, ancora
giovani studenti dell’University of South California, si conoscessero decidendo
di mettere insieme ingegno e quella carica creativa che avranno entrambi il
modo di liberare nei successivi lavori per il grande schermo. Di chi e cosa stiamo
parlando? Di John Carpenter e Dan O’Bannon e del loro primo
lungometraggio Dark Star, che sarà ricordato come la spassosa e brillante risposta
alla pretenziosità creativa di 2001:
Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Dark Star è innanzitutto un tavolo di lavoro su cui Carpenter e O’Bannon
affrontano per la prima volta i propri interessi: la fantascienza, il confronto
alieno/umano, l’insondabile, l’inferenza tecnologica. Il risultato è un’irriverente
incursione “altra” nella fantascienza, in cui gli astronauti sono degli sciamannati
unici (su tutti il sergente Pinback, interpretato dallo stesso Dan O’Bannon!) o
nel migliore caso degli svampiti colti nella contemplazione estatica del grande
universo. Il recupero delle questioni capitali di 2001 e de Il dottor
Stranamore sono qui affrontate con un fortunato senso del parodistico e del
surreale: «la bomba» (ovvero: come imparai a non preoccuparmi e a
convincerla a non esplodere), l’approccio distruttivo e colonizzatore, la
questione esistenziale e l’intelligenza artificiale.
mercoledì 8 maggio 2013
Il divo: La spettacolare vita di Giulio Andreotti di Paolo Sorrentino (2008)
Il divo, pellicola del 2008 di Paolo Sorrentino dimostra il suo
straordinario impatto visivo ed emotivo (in grado di investire non il solo
spettatore italiano) già dalla sua sequenza di apertura, la magistrale
carrellata di omicidi sulle note di Toop
Toop dei Cassius: il generale Dalla Chiesa, Mino Pecorelli, i banchieri Calvi
e Sindona, Giorgio Ambrosoli e la deflagrante immagine dell’attentato a
Giovanni Falcone. Una sequela annichilente di morti su cui si costruisce
l’immaginario oscuro che sarà del «divo» Giulio.
Sorrentino focalizza la sua rappresentazione sul
periodo che va dal 1991 al 1993, dalla nascita del VII Governo Andreotti
all'apertura del maxiprocesso di Palermo, ma la sua è una raffinata operazione
di esplorazione e manipolazione, un’operazione estremamente creativa, che
consegna allo spettatore una visione straniante, fatta di sequenze iconiche.
Sequenze che spaziano nel territorio del grottesco, in grado di rappresentare
nel miglior modo possibile gli eventi. Si pensi all'arrivo della «corrente» andreottiana al cospetto del «divo» La segretaria, la signora Enea (interpretata
da una commovente Piera Degli Esposti), chiude le finestre perché «sta
arrivando una brutta corrente» e come in uno dei più sporchi spaghetti western
ecco la materializzazione della metafora: Paolo Cirino Pomicino, Giuseppe
Ciarrapico, Salvo Lima, Franco Evangelisti, Vittorio Sbardella e il cardinale
Fiorenzo Angelini, osservati dalla camera di Sorrentino attraverso la lente del
grottesco, l’unica in grado di fissare le orride peculiarità di ognuno in
maniera indelebile. La sequenza è un esempio delle metafore e delle allegorie
presenti ne Il divo. Immagini che hanno un immediato potere
coagulativo sullo spettatore e che spesso sono vere e proprie «manifestazioni»
di natura surrealista, notturne, umbratili e disturbanti, perfettamente
coadiuvate dai brani musicali di commento (il rock, l’elettronica, la leggera
italiana). Si pensi, ancora, alla sequenza della batucada in cui il palazzo del
potere batte al ritmo di una samba straniante, più che un suono celebrativo,
questa ha tutte le caratteristiche dell’apertura di una danse macabre che da lì a poco inghiottirà irrimediabilmente tutti.
giovedì 2 maggio 2013
Tutto a posto e niente in ordine di Lina Wertmüller (2012)
«Ma che
signora, io sono una regista!». (Lina Wertmüller)

È successo di nuovo. Per la seconda volta – dopo l’esperienza
con Shock - mi capita fra le mani
un’autobiografia scritta da uno dei miei cineasti preferiti che si rivela
essere anche un eccellente scrittore. Iniziamo subito col dire che questa volta
si tratta di una donna – e che donna! – la straordinaria Arcangela Felice
Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich, nota al pubblico con il nome
di Lina Wertmüller. La conquista,
come sempre avviene con le sue produzioni, arriva già dal titolo: Tutto a posto e niente in ordine. Vita di una regista di buonumore (Mondadori). Titolo
che introduce il lettore nell'universo vitale e intraprendente di una dei più
grandi registi italiani. Grazie alle pagine di questo volume ci si renderà
presto conto che c'è stata un'Italia colta e vitale, spregiudicata e di grande
talento, capace di comunicare - senza pregiudizio alcuno o sovrastrutture - sia
con la provincia più chiusa che con la scena europea e internazionale. Un
manipolo di scrittori, artisti, registi e attori che hanno creato e vissuto di
bellezza, in un'epoca in cui, appunto, «tutto era a posto e niente in ordine».
Se i primi capitoli presentano un allure fumettistica, irriverente e,
lasciatemelo dire, esemplare nella narrazione delle origini dei Werdmüller e delle prime avventure
scolastiche della nostra Lina, i successivi raccontano della determinazione con
cui la regista di Mimì metallurgico
ferito nell’onore si dedicò al teatro, in un roboante e meraviglioso
affresco che era il mondo dello spettacolo: Guido Salvini, Andreina Pagnani,
Lelio Luttazzi, il “sadico” Visconti, una giovane Monica Vitti diva ante-litteram,
il sodalizio amicale di Giorgio De Lullo e Romolo Valli, l’esperienza della
rivista con Garinei e Giovannini. Ognuna
di queste storie, incontrate e vissute dalla giovane Lina «topolino da
palcoscenico» Wertmüller possiedono il duplice valore di elemento formativo e
prezioso racconto in grado di conquistare una volta di più il lettore.
martedì 23 aprile 2013
Antiviral di Brandon Cronenberg (2012)
Affrontiamo subito la questione. Brandon è figlio di
quel Cronenberg lì. Sì, proprio quello. Ancora sì, Brandon aveva detto che si
sarebbe dedicato alla scrittura, alla pittura o alla musica e poi, l’anno
scorso, se n’è uscito con un film nella rassegna Un Certain Regard di Cannes. Che film però! Guardiamo un po’ a
questo suo esordio: Antiviral, una pellicola che da sola spinge di molto in avanti
la rappresentazione cinematografica del grottesco, utilizzando un rigore
formale e un codice visivo pazzesco. Il cinema di Brandon Cronenberg possiede
prerogative originali pur dialogando con l’opera del padre sia in termini
concettuali sia direttamente, con la scelta di girare in Canada e fare della
splendida Sarah Gadon, già Elise
Shifrin in Cosmopolis, la sua musa, a
metà tra l’iperreale e il carnale più mefitico.
Antiviral è
ciò che rimane dopo che la società dello spettacolo ha fagocitato ogni aspetto
della realtà, un virus silente e implacabile che ha mutato i suoi connotati e
per il quale (se mai qualcuno l’avesse cercata) non c’è alcuna possibilità di
cura. Ciò che questo processo consegna è una comunità di umanotteri nevrotici,
cannibali ed estremamente soli, desiderosi della più intima connessione con la
celebrità del cuore. Si tratta di un legame non più basato sul desiderio
sessuale ma sulla condivisione della malattia, di virus, batteri e patogeni che
hanno albergato nel corpo della stella del cuore e che, depotenziati della
propria virulenza, sono loro iniettati da esperti del settore. Due cliniche, la
Lucas e la Vole & Tesser, due società si contendono l’Herpes simplex o l’ultimo influenzavirus avuto dalle celebrità per poi
rivenderlo agli umanotteri di cui sopra.
venerdì 19 aprile 2013
Holy Motors di Leos Carax (2012)
Premier rendez-vous
L’ex enfant
terrible del cinema francese, Leos Carax (Rosso sangue, Gli amanti del Pont-Neuf) torna fra noi
col più inenarrabile e commovente dei film possibili. Partendo semplicemente
dal concetto che dell’Occhio avevano i surrealisti. Già, l’occhio. L’occhio non
può che essere “senza volto”, se parliamo della ancor bellissima Edith Scob. Se poi prendiamo Edith Scob
e la mettiamo a guidare il taxi pluvial di Salvador Dalì e la mandiamo a
scorrazzare Denis Lavant (icona di
tutto il cinema dionisiaco francese) per una Parigi subacquea ed epilettica,
tutto ciò parrà come se sulla pelle indossassimo la celebre maschera di Franju.
(Andrea Bruni).
Second rendez-vous
Mentre David Cronenberg osserva una limousine bianca che percorre New York divenire il proscenio dove rappresentare, con rigore formale
e preveggenza, quel che rimane delle sfere intrapsichiche di freudiana memoria,
a Parigi Leos Carax ne segue un’altra, identica alla prima, nella sua funzione
di trasmettitore. Il segnale trasmesso è cangiante e attraversa un organismo
esso stesso franto e in continua e perpetua metastasi: una Parigi i cui passages sono ormai emanazioni di una
iperrealtà multidimensionale che è già stata surrealtà.
sabato 6 aprile 2013
Arizona Dream di Emir Kusturica (1992)
Un’ode al rifugio, al terribile e doloroso passaggio dall'età dell’innocenza all'età adulta (che non coincide affatto con l’età biologica, rimandabile persino all'ora fatale) e alla dimensione onirica che membrana placentare –preziosa e fragile – ci protegge (finché può) dalle orribili e desolate grinfie del reale. Ecco cos'è Arizona Dream – arrivato in Italia con il titolo Il valzer del pesce freccia – pellicola del regista jugoslavo, naturalizzato serbo, Emir Kusturica, vincitrice dell’Orso d’Argento a Berlino nel 1993. Arizona Dream è il debutto americano di Kusturica, che con attitudine scientemente Avant-Pop, dark, sexy e melanconica, sceglie di prelevare i materiali pop e luccicanti da manipolare nella sua storia dall'immaginario americano – la metropoli come rifugio, il sogno americano, la suburbia, il cinema e la provincia come territorio d’elezione del gotico – commistionandoli a un sentimento, uno spleen, uno sguardo che ha origini nel vecchio continente. Arizona Dream possiede i caratteri ereditari del realismo convenzionale ma li trasferisce in quella che Larry McCaffery chiamerebbe «trama lunare», sviluppata visivamente dal regista di Underground grazie a un cast che definire meraviglioso e in stato di grazia è riduttivo. Un cast in grado di abbassare il punto di vista all'infanzia nonostante, fra loro, non ci sia nemmeno un bambino: le espressioni buffe e malinconiche di Axel, nella recitazione assai fisica e mimica di Johnny Depp sono il manifesto del film, così come quelle del suo corrispettivo sul viale del tramonto: lo zio Leo, interpretato con magistrale ironia e dolorosa coscienza dall'immane Jerry Lewis; come non citare poi la splendida perfomance di Vincent Gallo, che con un divertente accento newyorkese interpreta Paul, outsider, «lunare» e fragilissimo nel suo desiderio di recitare; ancora, Faye Dunaway nei panni della vedova nera Elaine, che vediamo mutare forma e attraversare gli immaginari: da spregiudicata ereditiera a versione speculare dell’Alice di Carroll, sia per età sia per desiderio di ascesa al cielo; chiude il cast Lili Taylor, perfetta interprete della nevrotica e agghiacciante Grace, figliastra di Elaine.
Iscriviti a:
Post (Atom)




