Non
stiamo parlando di un regista qualunque, né di un attore qualunque. Stiamo
parlando di Martin Scorsese e Leonardo DiCaprio che, giunti al loro
quinto sodalizio (dopo Gangs of New York,
The Aviator, The Departed e Shutter Island),
realizzano una pellicola dalle proporzioni creative inimmaginabili: The Wolf of Wall Street, ispirato dall'autobiografia del broker senza scrupoli
che la rivista «Forbes» nel 1991 definì «il lupo di Wall Street», Jordan Belfort. Il film è un magistrale
giro sulle montagne russe che si muove, fino all'ultimo respiro, nello spazio e
nel tempo (dal lunedì nero della borsa americana a oggi, da New York a Ginevra,
passando per Londra e Portofino) per raccontare della creazione di un’immane
fortuna. Scorsese, DiCaprio e lo sceneggiatore Terence Winter (I Soprano) lavorano in maniera
centrifuga per dare alla pellicola un’attitudine rock, composita, estremamente
brillante e sopra le righe. La regia di Scorsese si muove fra registri diversi
e giustapposizioni, lavorando al desiderato effetto lisergico con la
collaborazione di Leonardo DiCaprio, che qui affronta e supera una delle sue
più difficili prove attoriali. Interpretare Jordan Belfort - la sua dipendenza da
tutte le droghe «scoperte sotto l’azzurro cielo» (crack, cocaina, morfina e ogni
forma di metaqualone recuperabile), dal sesso e principalmente dal denaro - ha
messo DiCaprio di fronte a un impegno fisico, mimico e verbale impressionante.
I dialoghi, più in generale la scrittura, danno a The Wolf of Wall Street gli strumenti giusti per diventare un cult
assoluto e indimenticabile.
