Era il lontano 1978 quando Stephen King dava alle stampe L’ombra dello scorpione, una delle sue opere più articolate e ricche di suggestioni in cui un virus (chiamato Captain Trips) elaborato a scopi militari, con un tasso di infettività del 99,4% decima la popolazione della terra. Il lungo romanzo (823 pagine) parte da un riazzeramento sociale (tematica fra le più amate da Stephen King) e propone uno scenario post-apocalittico e visionario in cui i sopravvissuti americani al virus si riuniscono in due fazioni differenti, una a est (oriente, la nascita) l’altra a ovest (occidente, il tramonto, la morte). La prima fazione è guidata dalla ultracentenaria Mother Abagail Fremantle, una donna afroamericana in comunione spirituale con “Dio” (un dio biblico, atavico), la seconda retta e organizzata nel terrore da Randall Flagg, creatura sovrannaturale rappresentazione del male assoluto. È quest’ultimo il riferimento intertestuale più importante, lo ritroveremo infatti nei romanzi L’occhio del drago, nel racconto Cuori in Atlantide e nella serie più famosa dello zio Steve, quella della Torre Nera. Riferimenti a quest’ultima saga sono poi stati aggiunti nell’edizione del 1991 in particolare al concetto di “ka” (destino) e “ka-tet” (gruppo di persone unite, anche per un breve tratto di tempo, dallo stesso destino).
