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giovedì 18 ottobre 2012

Socìetas Raffaello Sanzio: Tragedia Endogonidia (2004)


di Gianluca Stirpe

Nata dalla collaborazione triangolare tra la Socìetas Raffaello Sanzio, il musicista Scott Gibbons e i registi Cristiano Carloni e Stefano Franceschetti, la Tragedia Endogonidia, passata incolume nell’assordante silenzio della cul-tura italiana, rappresenta il felice esito di una ricerca a tutto campo che spazia, senza difficoltà, dal teatro all’installazione, dal minimalismo all’artifizio retorico complesso.
La Socìetas dalla sua fondazione a oggi ha affrontato un percorso di ricerca sul linguaggio della figura, dalla voce alla parola, dal corpo all’immagine, tale da imporre la compagnia come fonte d’invidia del mondo verso l’Italia.
Al di là di questa microtirata retorica, l’opera rappresenta una delle punte teoriche più interessanti della compagnia. Già nel titolo essa richiama, mettendo in campo degli esseri microcellulari apparentemente quasi inutili e capaci di ripetersi senza fine, una struttura radiale che collega ogni scena all’altra.
Nel caso della Socìetas Raffaello Sanzio non è opportuno parlare di installazione, quanto di rappresentazione iconica, o meglio, presentazione iconica i cui elementi così fortemente semantici debordano oltre i limiti del palco e colano direttamente nello spettatore. L’uomo che silenzioso anima le scene, che parla appena, fatto salvo in alcuni spettacoli, sfiora l’indicibile, parla una lingua antica, assente, appena per eletti, come l’anziano, o meglio, il vecchio che indossa i paramenti in lingua ebraica, che s’impone come l’aleph sulle labbra sanguinanti dell’uomo prossimo all’omega della propria esistenza.
L’uomo di Castellucci, è un uomo rinchiuso nel giogo della punizione, di un pentimento tanto emancipato, che così mostrato pare cadere in una sorta di feticismo smaterializzato, in un gioco delle parti, di dominanza e dominato, che più che imposto sembra voluto e volontario, come a scacciare una sorta di peccato originale che proprio perché scacciato diviene ancor più peccato e onta. Non c’è dio in questo mondo, e non serve nemmeno la redenzione, il mondo sulla scena è una bolla alla rovescia, il frutto di una rappresentazione di matematica immaginaria dalle imprecisate, forse nemmeno finite, dimensioni, ognuna per ogni sfumatura dell’essenza umana che rappresenta.
Tanta astrazione, tanto vigore teorico e teoretico si concretizza, paradossalmente, in una corporeità che pretende il proprio spazio in scena, che non necessita di mediazioni e addolcimenti. È lì di fronte lo sguardo, punto, e come il respiro, l’occhio chiede la sua aria. Questo corpo di-schiude tutta la sua potenza nella carne, nella fisicità degli attori, ridotti a un’essenza minima e anonima, così facilmente sostituibile da poter chiamare in causa anche lo spettatore.