Dimenticato
il Razzie Award per l’interpretazione di Mary Corleone (da vedere e rivedere
direbbe Lorelai Gilmore) Sofia Coppola
ripone le velleità attoriali (non prima di un’incursione nel meraviglioso video
dei Chemical Brothers Elektrobank)
per dedicarsi alla regia cinematografica. Il suo primo lungometraggio - oggi
assunto a cult assoluto e paradigma principe del cinema indipendente - è Il giardino delle vergini suicide.
Sofia
muove dal romanzo di Jeffrey Eugenides Le vergini suicide, per iniziare a lavorare su temi e stilemi che connoteranno
tutto il suo cinema: le energie giovanili, imprigionate in sovrastrutture
sociali (qui la suburbia americana post-Vietnam) e per questo accresciute in
creatività e irresistibile appeal, lo
sguardo vampirizzante delle convenzioni, lo spleen
venefico della vita quotidiana. A rendere però Il giardino delle vergini suicide una visione unica, inafferrabile
e pressoché irripetibile è la naturalezza, la disinvoltura (per me il vero
differenziale) e il candore spregiudicato con cui Sofia affronta la tragedia
delle sorelle Lisbon. Elegante, scarno, simmetrico, lo sguardo della camera si
posa sulle ectoplasmatiche sorelle imprigionate in una villetta unifamiliare
senza alcuna sordida o voyeuristica attrazione. La fotografia sapida nelle
scene in cui l’immaginazione dei ragazzi che tentano di raggiungere le sorelle
Lisbon si libera sui ricordi racchiusi nel diario di Cecilia (tredici anni, «la
prima a spargere il veleno nell’aria») diviene asciutta e piatta negli interni
governati dallo sguardo della signora Lisbon, in una fenomenologia del piano di
sopra, con i suoi segreti e tesori: i tampax nello stipetto del bagno, il prete
che non riesce a sostenere la visione delle ragazze stese insieme sul pavimento
della loro camera, i dialoghi telefonici attraverso brani musicali coi ragazzi.
