Un aereo
atterra nell’aeroporto cittadino senza alcuna autorizzazione, sulla pista
accorrono le forze dell’ordine e il giornalista Dean Miller (Hugo Stiglitz)
giunto lì per intervistare lo scienziato responsabile di un incidente nucleare.
Nella cabina di pilotaggio sembra non esserci nessuno e solo dopo qualche
minuto i portelloni si aprono per far scendere una masnada di individui
sfigurati dalle radiazioni ma, sorpresa! Affatto macilenti ma abili e biechi
nell’uso delle armi con le quali squarciano corpi, soprattutto gole, da cui bevono
sangue a profusione. Inizia così Incubo sulla città contaminata, film
pandemico di Umberto Lenzi del 1980,
al centro della querelle che non sa se inserirlo nel genere zombie o meno (così
come La città verrà distrutta all’alba di
George A. Romero e 28 giorni dopo di
Danny Boyle).
Nonostante
la pochezza della messa in scena, i vaghi riferimenti sociali e il rosario granguignolesco
e titillante di uccisioni e sfigurazioni, trovo deliziosa l’operazione fatta
sui devastati dalle radiazioni: individui a metà fra lo zombie e il vampiro.
Come non notare il riferimento alla nave fantasma che conduce il conte Dracula
in Inghilterra nell’aereo deserto e atterrato senza preavviso? In più i
devastati hanno bisogno continuo di sangue (che spesso e volentieri sorseggiano
dalle gole delle vittime), poiché il loro tessuto poietico è stato compromesso
dalle radiazioni.
