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giovedì 5 marzo 2015

Il Gotico Americano secondo Park Chan-Wook: Stoker (2013)



Il Gotico Americano vive una nuova stagione di orrori consumati al sole del sud.
Oggi, che la fuga dalla phoniness - agognata da Holden e dalla nutrita fauna beat - è tornata a essere un bisogno primario, artisti, scrittori e cineasti da tutto il mondo sognano di salire sulla zattera di Huckleberry Finn e scivolare sulle nere acque del Mississippi per scrutare la fitta boscaglia che lo costeggia, riconoscere gli edifici in stile Carpenter Gothic imbiancati di fresco che di tanto in tanto occhieggiano sulle colline, alla ricerca dell’origine del male.
Non ci stupiamo di trovare accanto al sorriso sardonico della Gillian Flynn de L’amore bugiardo lo sguardo pacioso e dolce del regista sudcoreano Park Chan-Wook, intento a soppesare con lo sguardo la qualità di una tenuta in Tennessee, un terreno ben fertilizzato in cui coltivare uno degli incubi contemporanei più agghiaccianti, umbratili e sensuali: Stoker. Il film, girato in lingua inglese, è stato realizzato sulla splendida sceneggiatura scritta da Wentworth Miller (se guardate bene su quella zattera, c’è anche lui, camuffato come un novello Tom Sawyer), che pare abbia persino scritto un prequel intitolato Lo zio Charlie, incluso nella «Black List» di Hollywood, la lista delle migliori sceneggiature non prodotte.
Stoker è un meraviglioso racconto gotico in cui il «seme del male» germoglia il giorno del funerale di un capofamiglia, l’amato Richard Stoker (Dermot Mulroney). Mentre il sole del Tennessee illumina il legno prezioso della bara, la radura avvolta dalla boscaglia smeraldina e le eleganti gramaglie della vedova e dell’unica figlia del caro estinto, India (Mia Wasikowska), assistiamo al prepotente insorgere di fantasmi privati. Fantasmi che nel caso specifico hanno il sorriso sornione e lo sguardo rotondo e raggelante di Matthew Goode.

sabato 29 novembre 2014

Cronenberg nella Hollywood Babilonia: Map to the stars (2014)


«Abbiamo tutti la forza di sopportare le disgrazie altrui» François de La Rochefoucauld.

È arrivato anche per David Cronenberg il momento di affrontare il proprio viaggio nella «Hollywood Babilonia», la cui mappa sozza di sangue brillante Kenneth Anger ha tracciato nei suoi due monumentali volumi, usciti rispettivamente nel 1959 e 1984. Una mappa che molti hanno percorso, dal David Lynch di Mulholland Drive allo Steve Erickson di Zeroville (presto sugli schermi grazie all’impegno del nostro Jimbo) e che Cronenberg affronta con gli strumenti che lui stesso ha forgiato (come Beverly con gli utensili ginecologici per donne mutanti in Inseparabili). L’approccio junghiano, la mutazione, l’onirismo, la malattia, la rappresentazione dei complessi familiari: «strumenti» che si commissionano tra di loro, dando origine a nuovi e sempre più reali modi di rappresentare la mostruosità di cui è capace l’umano.
Dopo anni di girato in Canada Cronenberg, proprio con Map to the stars, approda in suolo statunitense e affronta la Grande Babilonia di cartapesta. La sua camera si semina fra i bassi edifici e le larghe strade del distretto hollywoodiano, dal Sunset Boulevard alle colline di Beverly Hills, per seguire i suoi protagonisti: creature ferine, fragili e perseguitate. L’occhio di Cronenberg segue la scrittura intrisa di humour nero di Bruce Wagner (che nell’attesa di completare il film ha dato alle stampe un romanzo Dead Stars, che supera i confini del girato) e ci offre questa gelida e disturbante visione di una «fantasmata cosciente» e collettiva. L’attrice Havana Segrand (una livida e meravigliosa Julianne Moore), avviluppata nel complesso di Elettra nei confronti della propria «mammina cara», la «piccola canaglia» Benjie Weiss (Evan Bird), i suoi genitori uniti da un atavico tabù e (ovviamente) dal denaro Christina (una spigolosa Olivia Williams) e Stafford (John Cusack, spaventevole e bravissimo come sempre), la folle di catena Agatha (nel nostro cuore ora e sempre Mia Wasikowska) e l’aspirante attore e autista di limousine (c’è bisogno di dirlo? Robert Pattinson, già protagonista di Cosmopolis), tutti sono ossessionati dal proprio «teatro privato» in cui si agitano complessi, paure, innominabili colpe, splendide e perturbanti visioni della propria coscienza, ironiche rappresentazioni del sé.