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lunedì 5 maggio 2014

Blood simple - Sangue facile dei fratelli Coen (1984)

Ancor prima delle sperimentazioni pop-ironiche (e per questo assai postmoderne) di Arizona Junior e del programmatico lavoro di straniamento dei (e sui) generi di Mister Hula-Hoop (la screwball comedy), L’uomo che non c’era (il noir) e Fratello, dove sei? (il picaresco), i fratelli Coen si presentarono al pubblico con Blood simple - Sangue facile lungometraggio in cui i due ex studenti della NYU (Joel) e di Princeton (Ethan) decidono sì di partire dal genere (cosa che contraddistinguerà tutta la loro Opera), rimanendovi però all’interno. Il loro talento si esplica nella forma, in particolare nella regia e nella rappresentazione narrativa dei personaggi neo-noir, uno per tutti il sicario repellente e senza scrupoli Visser (M. Emmet Walsh).
Lo stesso Tarantino di Pulp Fiction sembra essere debitore ai Coen che prima di lui lavorarono al recupero di topoi, stilemi, ambientazioni e situazioni del noir e della crime fiction. in Blood simple abbiamo, per esempio, l’occultamento del sangue in macchina (su cui è basato un intero blocco narrativo di Pulp Fiction), le citazioni bibliche e il bar-locale come fulcro e propulsore della vicenda.
I fratelli Coen hanno dimostrato di essere dei registi Avant-Pop duri e puri, in grado di materializzare sullo schermo l’alterazione radicale del «fulcro della Cultura Pop attraverso un genere più popolare di gestualità dark, sexy e sottilmente ironica» (Mark Amerika). In questa prospettiva i Coen lavorano ai margini del genere, immergendo personaggi sdruciti e post-suburbani nelle più venefiche luci al neon, in camere affollate di oggetti su cui regna sovrano il telefono (come in David Lynch) o l’interfono: paradigmi della modernità intesa come corruzione (à la Tolstoj) e foriera di morte, una direzione propulsiva contro cui si scontra lo strenuo e naturale desiderio di restare insieme di Ray e Abby (una giovanissima e già eccezionale Frances McDormand al suo debutto sul grande schermo) braccati dall’ombra ferina del repellente Visser. 

Una pellicola di rara bellezza, che contiene già in embrione l’immaginario di lavori successivi dei fratelli Coen quali Fargo e Non è un paese per vecchi. 


domenica 2 febbraio 2014

Fargo dei fratelli Coen (1996)


Fargo è la dichiarazione d’amore dei fratelli Coen per il mestiere attoriale. Costruendo ancora una volta un’ambientazione crime “altra” dove il pretesto per il nero è la vigliaccheria di un postmoderno «uomo del sottosuolo» (con il volto da nevrosi latente di William H. Macy) che commissiona il rapimento della moglie per ottenere il denaro negatogli, con umiliazioni assortite, dal suocero di ferro. Dichiarazione d’amore dicevamo. La leggiamo in ogni inquadratura, in ogni battuta e nella scelta di una equa e compiuta rappresentazione dei personaggi affidata alla bravura dei tre attori principali: il già citato William H. Macy, l’ectoplasmatico Steve Buscemi e Frances McDormand che per il ruolo di Marge Gunderson vincerà l’Oscar per la migliore interpretazione femminile nel 1997.
Partiamo da Macy al quale è affidato il ruolo del meschino Jerry Lundegaard. Il Nostro rappresenta la frustrazione, la nevrastenia sottopelle e la bassezza edulcorata del personaggio attraverso una mimica facciale fatta di tic rivelatori, sorrisi subdoli da venditore di automobili (quale effettivamente Jerry è), di una leziosa sottomissione (seguita dall'immancabile vigliaccheria) che alberga nel tono di voce e nella postura piegata e goffa di Macy.

giovedì 22 agosto 2013

Darkman di Sam Raimi (1990)

Il genio di Sam Raimi è celebrato per molte cose. Principalmente per la trilogia “altra” de La Casa (Evil Dead), ancora oggi al centro di incredibili dibattiti nella nutrita schiera di appassionati, poi per la trilogia di Spider-man, amata da grandi e piccini, ma c’è una delle sue pellicole che merita altrettanto entusiasmo e questa pellicola è Darkman, un autentico capolavoro con radici che si innestano equamente nella cultura pop e nella letteratura.
Darkman, scritto e girato fra il secondo e il terzo film de La Casa, possiede l’attitudine a realizzare una nuova attrazione di quel grande Luna Park cinematografico che è la filmografia di Sam Raimi, ma c’è dell’altro, il film dimostra anche un equilibrio impeccabile nelle suggestioni, nei temi, nella realizzazione formale e nella scelta degli attori. In Darkman c’è il gotico di Mary Shelley come prototipo della science fiction, c’è l’attitudine comics e roboante che ci entusiasma sempre, la flânerie di Benjamin (interpretata sul finale da Bruce Campbelll!), «I semi del male» e la tragedia shakespeariana. Tutto ciò fluisce, perfettamente dosato come in uno degli alambicchi del protagonista Peyton Westlake (Liam Neeson), per essere distillato dal genio di Raimi in una visione che consegna all'immaginario pop uno dei personaggi più interessanti della cinematografia contemporanea.
Darkman è il più felice esempio di una delle principali caratteristiche del talento di Raimi: quella di creare, personaggi, situazioni, gag, persino stacchi (si pensi a quello che vede Julie cambiare d’abito e di scena traslandosi al cimitero dopo la “morte” di Peyton) in grado di imprimersi nell’ormai satura memoria dello spettatore e di rimanerci. Il processo, questa volta, è aiutato dalla presenza di due attori di smisurato talento quali Liam Neeson e Frances McDormand (un ulteriore legame con i fratelli Coen, dopo il loro intervento durante il montaggio de La Casa e l’influenza reciproca nel recupero della slapstick comedy). Mentre Neeson da “volti” (il plurale è d’uopo) a Peyton, nella sua evoluzione e nello sbocciare dei bad seeds (che qui hanno origine biologica, specificatamente spinotalamica), McDormand è la frizzante Julie, avvocato alla scoperta di un legame criminale fra il magnate Louis Strack Jr. e la malavita.

Recuperiamo quindi Peyton, all'interno del suo laboratorio, nella sintesi di un’epidermide artificiale, passando per la trasformazione cruenta in Darkman, godiamoci ognuno degli step della vendetta nei confronti dei malavitosi al soldo del mellifluo Durant, fino allo scontro finale ambientato su un grattacielo in costruzione (niente di meglio per simulare situazioni da Luna Park tanto care a Raimi) e al finale aperto che anticipa quelle che saranno le future esperienze di Sam Raimi nel cine-comic.