di Alessandro Milanese*
Partiamo da un presupposto.
Partiamo da un presupposto.
Io
non amo chi ha ricevuto un dono, sotto forma di talento per una
determinata arte, e cerca di esprimersi con altre forme creative. Non
ne conosco il motivo. E' una mia personalissima forma di razzismo,
forse. O forse un rigurgito frustrato di chi come me non ha alcun
talento. Una maniera sbrigativa e dozzinale per dire «tu!
Sei un genio nel fare la tua cosa, non fare la cosa degli altri!».
Me
ne rendo conto, faccio ovviamente la figura del cretino, ma è la
sacrosanta mia verità.
Detto
questo, parto con scetticismo nell'ascolto di Crazy Clown Time
di David Lynch. Un genio del piccolo e grande schermo. Colpevole, tra
l'altro, di aver insegnato a me e a altri milioni di telespettatori
che anche quello che normalmente chiamiamo telefilm può
essere interessante, affascinante, ben orchestrato, ben recitato e
con una grande colonna sonora.
E
questa è per assurdo la debolezza di questo disco.
Arrivare
dopo le colonne sonore dei suoi lavori (da Cuore Selvaggio a
Mulholland Drive). Perché è inimmaginabile non legare questi
suoni a quelli che si muovevano dietro Laura Palmer in Twin Peaks, per esempio. Il tentativo, sia detto da subito, fallisce,
in alcuni casi anche miseramente.
