domenica 2 novembre 2014

Giovani ribelli - Kill Your Darlings di John Krokidas (2013)


È una storia che abbiamo letto più di una volta. Una storia che in tutte le sue incarnazioni, siano esse letterarie, saggistiche o documentarie, conserva il suo fascino oscuro e tagliente. In primis per la natura del suo protagonista: quel Lucien Carr, la cui vicenda farà da motore alle energie coagulate a New York, poi esplose in modi e luoghi diversi come beat generation.
A quella storia – che abbiamo amato leggere nel progetto narrativo a quattro mani di Jack Kerouac e William S. Burroughs E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche – è tornato il giovane e talentuoso regista John Krokidas, newyorkese di origini greche, che dopo aver completato gli studi a Yale e alla New York University (dove ha seguito il leggendario University's Graduate Film Program) ha girato due cortometraggi – Shame no more e Slo-Mo - pluripremiati in tutto il mondo. Krokidas co-scrive e dirige Giovani ribelli - Kill your darlings realizzando uno dei ritratti più moderni e felici dei principali autori della beat generation nel momento in cui si raccolgono per la prima volta a New York, intorno alla Columbia University.

sabato 1 novembre 2014

Le streghe di Salem di Rob Zombie (2012)


Una Salem rarefatta, stupenda nelle riprese grigie e silenti di Rob Zombie, si dipana intorno alla dee-jay locale Heidi Hawthorne, appena venuta fuori da una brutta storia di dipendenza da droghe. È questo il set scelto dal rocker e cineasta che ci ha dato visioni gore come La casa dei 1000 corpi e prove di grande narrativa cinematografica, vedi La casa del diavolo, per la sua ultima fatica Le streghe di Salem (in originale The Lords of Salem). Intorno ad Heidi– fragile, spossata e bellissima nell’interpretazione di Sheri Moon Zombie – e su tutta Salem sono stati sparsi i semi di un orrore indicibile, occultato e carsico ma pronto a deflagrare come nella migliore tradizione lovecraftiana. Assistiamo a visioni sempre più asfittiche e terribili per Heidi, terrorizzata di stare tornando ai giorni in cui perdeva il contatto con la realtà grazie alla droga.
In Le streghe di Salem accade qualcosa che solo i lettori di Stephen King possono riconoscere: il piacere di godersi le parti riguardanti la vita quotidiana dei protagonisti, le parti non-horror, che per come costruite diventano la cosa migliore della storia. Pensiamo a tutta la sequenza iniziale che introduce Heidi: il suo appartamento arredato sui toni del bianco, del rosso e del nero, il pannello sul letto illustrato con un fotogramma del Viaggio nella luna di Georges Méliès, Heidi che fragile e stanca si tira giù dal letto per fare colazione e portare a spasso il cane per le strade desaturate di Salem. Una sensazione di delicato spleen la avvolge nei suoi movimenti per la città, la vediamo incedere lentamente, avvolta nel suo montgomery psichedelico, aggrottare le sopracciglia o addormentarsi sulle note di All Tomorrow parties dei Velvet Underground & Nico. Che meraviglia la ricostruzione della vita nella stazione radio dove Heidi lavora (con le sapide incursioni trash-pop tanto care a Rob Zombie) nel trio Big H insieme al di lei innamorato Whitey (Jeff Daniel Phillips, attore-feticcio di Rob Zombie) e Herman (Ken Foree, il mai dimenticato Peter in Zombi di Romero).

martedì 14 ottobre 2014

L'uomo che non c'era dei fratelli Coen (2001)

I film dei fratelli Coen sono tutti accomunati dalla messa in scena di una via di fuga: dalla prigione (Arizona Junior), dalla propria condizione sociale (Mister Hula Hoop), dall’alienazione della vita suburbana, dal genere (per finire in un altro). Anche la meravigliosa pellicola L’uomo che non c’era rispetta questa scelta costruendo intorno a Ed Crane (interpretato da un iconico Billy Bob Thornton) - il silenzioso barbiere protagonista della vicenda - l’immaginario tipico dell’american way of life anni Cinquanta compreso di tutti i confort: frigorifero, giardino, tritarifiuti incorporato nel lavandino. Attraverso questo tipo di immaginario i Coen rappresentano il desiderio di escapismo tipico della nuova condizione sociale da boom economico post secondo conflitto mondiale. Ed rappresenta l’alienazione suburbana: il suo silenzio, il rifiuto di party, cocktail di lavoro (della moglie) e feste familiari in campagna sono sintomi della nausea che lo permea e che lo porterà a tentare la fuga provando a ferire la moglie fedifraga - un’immensa Frances McDormand - e il suo amante ciarliero Big Dave interpretato dal mai dimenticato James Gandolfini.
Una sceneggiatura atta a valorizzare ogni personaggio, la fotografia costruita sui bianchi più accecanti e sui toni di grigio più umbratili (ottenuta per desaturazione delle inquadrature girate a colori) e una regia citazionistica ricreano un certo immaginario noir (Hitchcock su tutti) genere qui programmaticamente manipolato dai Coen che vi inseriscono accenni alla teoria del complotto e degli UFO (un’altra forma di escapismo, in parte onirico, dall’alienazione suburbana che rischia di portare alla follia) riviste e magazine (come a voler citare i filosofi della Scuola di Francoforte) e la storia parallela fra Ed e “Birdy” la lolita interpretata da una giovanissima Scarlett Johansson. Materiale questo che finisce per ampliare incredibilmente il perimetro citazionistico della pellicola rendendola un vero feticcio per cinefili.

sabato 11 ottobre 2014

E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche di William S. Burroughs e Jack Kerouac (2008)



«Il romanzo che ha dato il via alla beat generation!», è al suono di questo strillo che i lettori hanno conosciuto E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche, esperimento narrativo e uno dei primi confronti con la prosa avuti da Jack Kerouac e William S. Burroughs. In realtà, come tanta storiografia letteraria ha ampiamente sviscerato, il volume pubblicato in Italia da Adelphi possiede caratteristiche narrative “altre”, peculiarità che lo rendono opera a se stante, originaria rispetto ai percorsi intrapresi dai suoi autori e dalle figure che lo hanno ispirato.
Il romanzo, scritto a quattro mani, alternandosi nella stesura dei capitoli, da Kerouac e Burroughs, ha una lunga storia editoriale che per la materia contenuta l’ha visto protagonista di rifiuti da parte degli editori, di letture, ispirazione per altre opere di Kerouac e Burroughs e fiume carsico della narrativa beat (Il padre de I vagabondi del Dharma fece spesso riferimento agli Ippopotami nelle interviste rilasciate durante la sua carriera di autore). Solo il lavoro dell’editor, amico ed esecutore testamentario di Burroughs James Grauerholz ha portato nel 2008 - quando Lucien Carr, il protagonista di questa storia, era già scomparso – E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche nelle mani dei lettori.
Siamo alla vigilia del 14 agosto 1944, New York, afosa e pulsante, vortica intorno a una generazione di eroi in fuga da quell’«incubo ad aria condizionata» che stavano diventando gli Stati Uniti. Locali, diner, appartamenti, accolgono questa nutrita fauna in cui Kerouac e Burroughs trasfigurano se stessi e molti di quelli che saranno i protagonisti della scena beat. Kerouac da qui voce al giovane marinaio Mike Ryko «un finlandese diciannovenne dai capelli rossi», Burroughs all’umbratile barista originario del Nevada Will Dennison. 

sabato 4 ottobre 2014

Sotto il ghiacciaio di Halldór Laxness (1968)



Lo scrittore islandese Halldór Laxness nel 1955 ricevette il Nobel per la letteratura, la motivazione era questa: «la sua opera epica ha rinnovato l’arte e la letteratura islandese». È da questa motivazione che si può partire per affrontare Sotto il ghiacciaio, opera di Laxness surreale, dalle molte suggestioni, opalescente e “altra”. Il romanzo, pubblicato in Italia da Iperborea, ha la capacità di recuperare, non l’immaginario, ma le istanze e le sensazioni offerte dalle saghe islandesi tradizionali per traslarle in un contesto moderno, che vedremo essere privo di contorni, cangiante, a metà tra la visione onirica e le schegge di iperrealtà giustapposta. Così come in una saga Sotto il ghiacciaio è intriso di epicità, vi è impressa l’impronta di una disputa d’amore ed è abitato da personaggi fuori dall’ordinario ma allo stesso tempo si presenta come una delle narrazioni più moderne della letteratura occidentale: registri mutevoli, i cui contorni condensano e si disperdono in frammenti e bagliori inafferrabili.
  Susan Sontag, nella postfazione che arricchisce l’edizione Iperborea dimostra come Sotto il ghiacciaio possegga, allo stesso tempo, le caratteristiche della fantascienza, del romanzo erotico, della favola, del romanzo onirico, filosofico, della letteratura sapienziale e della parodia. È un’esperienza unica per il lettore ritrovare nella stessa narrazione tutte le suggestioni tipiche di ognuna di queste forme.
In Sotto il ghiacciaio un giovane «candido», studente di teologia, viene inviato dal vescovo d’Islanda da Reykiavík fin sotto il ghiacciaio Snaefell per verificare – senza nessuna ingerenza o parere personale – lo stato del cristianesimo nella zona. Strane voci arrivano dal nord, raccontano che il pastore ha sprangato la chiesa, non ritira lo stipendio da anni. Si vocifera che sia riluttante a tumulare i morti e a battezzare i bambini. Allo stesso tempo si parla di riti pagani compiuti sul ghiacciaio e di strane casse trasportate nella notte.

domenica 28 settembre 2014

Lucy di Luc Besson (2014)



Un pretesto. A Luc Besson è servito solo un pretesto per poter liberare tutte le sue energie creative, le idee più folli e sincopate in quello che si propone come un action thriller ma che dall’interno ne muta, amplia e modifica i connotati. Lucy progetto ideato, scritto e girato dal padre di Nikita e Leon, proprio per la sua natura disinvolta si rivela una visione divertente, spassosa e stupefacente per lo spettatore: il montaggio alternato, il tono sopra le righe della recitazione di comprimari e comparse (boss della mafia taiwanese tratteggiati come i cattivi dei fumetti, svenimenti ad hoc, sguardi enigmatici, divertiti, sgomenti), l’eccezionale capacità della protagonista Scarlett Johansson (già Vedova Nera nel Marvel Cinematic Universe e aliena in Under the skin) di trasformarsi da svampita studentessa in pelliccia ecologica a creatura sovraumana alla ricerca dei suoi limiti (la possibilità di utilizzare il 100% delle possibilità del cervello umano, o del pretesto di cui sopra), un’entità wireless in grado di maneggiare le onde magnetiche, dallo sguardo-scanner, in grado di controllare gli altri esseri viventi e la materia.
In parallelo a Parigi il professor Norman (interpretato da Morgan Freeman), che da sempre si è occupato della teoria secondo cui l’essere umano usa il cervello solo per il 10% , sta tenendo una conferenza in cui spiega le diverse capacità che l’uomo potrebbe acquisire se iniziasse a utilizzarne quote sempre più alte. Nonostante il professore sia in cattedra, in un’aula magna gremita e partecipe, Besson non manca di amplificarne il discorso montandolo con splendide immagini che fanno da vere e proprie metafore amplificative. 

sabato 27 settembre 2014

POMPEI di Toni Alfano (2014)

Un viaggio etereo, surreale, assai doloroso perché diretto e sincero, quello costruito da Toni Alfano nella sua prima graphic novel dal titolo metaforico Pompei. Già autore di tutte le copertine di Neo. Edizioni, Alfano libera dalla campagna senese, dove vive e lavora, un rosario di immagini che amplificano una narrazione allo stesso tempo intima ed ecumenica, un racconto in cui ritrovarci tutti e che rivela la sua natura nella metafora scelta da Alfano per il titolo, quella Pompei «disintegrata dalla forza della natura, dissolta nella materia e consegnata al mito senza tempo. Così come le nostre vite, le nostre relazioni, i nostri ruoli sono solo frutto di identificazioni, illusioni, destinate a essere riassorbite nella forza che le ha generate: un sogno».
Il tratto di Toni Alfano, in Pompei, ha cinque diverse materializzazioni per rappresentare cinque diversi passaggi del percorso-racconto allestito. Lo fa attraverso l’uso del colore rosso, piuttosto che del chiaroscuro, dell’illustrazione rimaneggiata e consegnata al lettore come manifestazione simbolica di grande potenza visiva. 

Nel primo capitolo «Io non esisto» Alfano commistiona l’illustrazione orientale con la propagandistica occidentale e il cartoon su un sostrato costituito dall’immaginario europeo. Il primo passo è lapidare e distruggere l’illusione della everyday life che ci ottunde i sensi allontanandoci dai nostri reali desideri e aspettative. Nel secondo capitolo «Transumanar Riorganizzar» Toni Alfano usa il tratto naïf che diventa primo legame con la memoria, col ricordo, col tratto schizzato su una pagina di taccuino di cui non siamo più in grado di ricordare la provenienza. Nel terzo capitolo «Onironautica», i contrasti si fanno più netti e il tratto più semplice, le immagini e le manifestazioni più oscure. Stiamo abbandonando le sovrastrutture e le catene del reale, possiamo volare, correre verso i fantasmi del passato e farci tremare le ginocchia, rivedere il volto della madre e perderci in un amplesso surreale con l’ultima delle manifestazioni, alla fine del tunnel più oscuro. Nel quarto capitolo «Zeppelin» ritorniamo al contesto iniziale, torna il colore rosso che qui evidenzia figure cinesi, le illustrazioni che si contorcono sulla pagina rivolgendosi direttamente al lettore fino all’incontro finale tra la parte manifesta e la parte non manifesta del sé, nell’ultimo capitolo «Molok. La sorgente».

Con Pompei, opera rivelatrice ed evocativa il fumetto si dimostra una volta di più all’altezza della rappresentazione del contemporaneo.