La rivolta del
cinema underground è totalizzante e assoluta. Questo è libero, vitale, orgasmico,
vorace. È in grado di sconvolgere (leggi riprendere) – complice l'estetica del
«primo ciak» - la pericolosa e anestetizzante banalità del mondo reale, dove le
vittime sono comparse e la lotta fra le tribù di cinefili è all’ultimo sangue.
Da queste premesse prende forma
Cecil B. Demented* (da noi noto con il titolo
di
A morte Hollywood) in cui
John Waters mette in scena la lotta del
cinema indipendente nei confronti delle livellate, innocue (e perciò pericolose) pellicole delle major. Un cinema che non ha il diritto di definirsi
tale, da sempre somministrato al pubblico accompagnato dal nauseabondo e
orripilante slogan di «film per tutti». La vicenda si svolge,
ça
va sans dire, a Baltimore: il centro caleidoscopico di tutto l’universo
cinefilo di John Waters, che muove dagli steccati bianchi della scellerata zona
suburbana di
Polyester e
La signora ammazzatutti verso
un'operazione cinefilo-terroristica in fieri.