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giovedì 24 novembre 2011

A morte Hollywood di John Waters (2000)


La rivolta del cinema underground è totalizzante e assoluta. Questo è libero, vitale, orgasmico, vorace. È in grado di sconvolgere (leggi riprendere) – complice l'estetica del «primo ciak» - la pericolosa e anestetizzante banalità del mondo reale, dove le vittime sono comparse e la lotta fra le tribù di cinefili è all’ultimo sangue. Da queste premesse prende forma Cecil B. Demented* (da noi noto con il titolo di A morte Hollywood) in cui John Waters mette in scena la lotta del cinema indipendente nei confronti delle livellate, innocue (e perciò pericolose) pellicole delle major. Un cinema che non ha il diritto di definirsi tale, da sempre somministrato al pubblico accompagnato dal nauseabondo e orripilante slogan di «film per tutti». La vicenda si svolge, ça va sans dire, a Baltimore: il centro caleidoscopico di tutto l’universo cinefilo di John Waters, che muove dagli steccati bianchi della scellerata zona suburbana di Polyester e La signora ammazzatutti verso un'operazione cinefilo-terroristica in fieri.