lunedì 16 gennaio 2012

La casa dei 1000 corpi di Rob Zombie (2004)


Oh insomma, come dobbiamo considerare il film di Rob Zombie La casa dei 1000 corpi? La cornucopia sanguinolenta e postmoderna che anticipa il vero capolavoro The devil’s rejects? La legittima prima parte di un dittico ossimorico sull'orrore?
Con una pellicola del genere rischiavamo di trattare Rob Zombie (cui riconosceremo sempre il merito di aver ri-editato egregiamente la saga di Halloween) come Robert Rodriguez, il cugino scemo di Quentin Tarantino. In fin dei conti cosa abbiamo ne La casa dei 1000 corpi? Una trama che fa dell’originalità una sconosciuta che non bussa mai alla porta (chiamala scema, chi lo farebbe se non i quattro pruriginosi adolescenti del bodycount?), con personaggi bidimensionali - incapaci di far paura a chicchessia - che acquisteranno connotati dolorosi, iconici, persino narrativi, solo nel sequel.

Quindi, vale o no la pena di vedere La casa dei mille corpi?


mercoledì 11 gennaio 2012

Fuoco cammina con me di David Lynch (1992)


Fuoco cammina con me è un oggetto cinematografico caotico e tendente alla perfezione. Molti dettagli paratestuali risultano dissonanti: l’uscita del film dopo un anno e più dalla fine della serie I segreti di Twin Peaks (della quale si presenta come prequel), i tagli dovuti a una maggiore commercializzazione della pellicola, la riluttanza di Kyle McLachlan e Lara Flynn Boyle a partecipare al progetto. Questi strani incidenti non hanno impedito alla pellicola di ottenere il consenso che merita (anche se arrivato anni dopo la sua uscita), rivalutata prima dai catecumeni della serie (affamati di ogni fotogramma presente o assente dalla versione finale), poi da tutti gli amanti del cinema di David Lynch, i quali oggi riconoscono la pellicola come organica all'opera complessiva del regista di Velluto blu. Tanto più che Lynch non ha lesinato scelte stilistiche, riferimenti a più di un universo socio-culturale - dalla rappresentazione straniata della neighborness, alla realtà giovanile, passando per il crimine di provincia - e il suo ormai rinomato giocare con i generi, utile alla costruzione di un immaginario ready-made che (ri)sorge dalle ceneri della cultura pop.

Da Cannes in poi differenti letture di Fuoco cammina con me sono state avanzate e molto si è scritto, dal post-femminismo della “martire” Laura, alle scelte formali di Lynch (con analisi pedissequa e perciò inutile della sequenza della morte di Laura nel vagone del treno), passando per la discussione sulla risoluzione degli eventi, giudicata troppo “salvifica” rispetto al finale con cliffhanger della serie.
Io preferisco una lettura di Fuoco cammina con me che si focalizzi sull'interno familiare, sui volti piagati di Ray Wise e Grace Zabriskie, interpreti dei genitori di Laura, sul suono assordante delle stoviglie a tavola, sulle pareti della sala da pranzo oppressive sin dal colore della tappezzeria, e ancora le urla e l’illuminazione della scala che porta alla zona notte di casa Palmer. Sapete una cosa? Potrebbe solo trattarsi di feticismo.
Credo sia necessario spostare (ancora una volta) l’attenzione dalla cornucopia pulp (l’orgia a casa di Jacques, l'uccisione di Laura) e dallo squarcio del “velo di Maya” del finale, per godere di una visione simile al puntinismo, d’insieme, che dia originali e diverse suggestioni in ogni spettatore.

martedì 10 gennaio 2012

Cuore Selvaggio di David Lynch (1990)

Wild at heart (in italiano Cuore selvaggio) del maestro David Lynch è una oggetto cinematografico ruvido e opalescente, genuinamente Avant-Pop. Con questa pellicola Lynch coniuga le teorie di Vladimir Propp con gli stilemi del road movie provocando un originale effetto straniante. Universalmente conosciuto come l'omaggio "altro" di Lynch a Il mago di Oz  (da sempre uno degli archetipi perferiti dalla cultura AP), il film si muove su territorio pulp presentandoci una delle coppie più divertenti e cool di tutta la cinematografia contemporanea: Sailor Ripley, che ha il volto impastato di Nicolas Cage, una canaglia rockabilly dal cuore d’oro, un rude bad boy in giacca pitonata, t-shirt nera e sigaretta fra le labbra; e Lula Fortune, una cotonatissima Laura Dern in body di lycra e chewing-gum. Lula è una giovane pulzella follemente innamorata di Sailor perennemente osteggiata dalla madre-Strega dell’Est Marietta Fortune.

Sarà proprio la scellerata matrona Marietta a muovere gli eventi della trama portando i due focosi innamorati lontano da lei e dalle sue elucubrazioni omicide. Giunti on the road la fiaba prende inevitabilmente connotati più neri e violenti, le funzioni di Propp diventano qui pretesti per mostrare una galleria di personaggi marcescenti, non luoghi in penombra come degradati motel dalla moquette lercia, e ancora rapine, lame baluginanti e orribili incidenti stradali nel deserto.

Per sapere se i nostri eroi pulp riusciranno a trovare riparo dalle grinfie di Marietta bisognerà attendere il finale straniante, deliziosamente kitsch e luminoso, come quelli che solo David Lynch sa consegnare alla storia del cinema.

lunedì 9 gennaio 2012

Schegge d'America. Nuove avanguardie letterarie a cura di Larry McCaffery (1997)


Il volume Schegge d’America. Nuove avanguardie letterarie, è utile e illuminante. Il lavoro svolto dal critico letterario, editore e professore di Inglese e Letteratura Comparata Larry McCaffery è certosino, sostenuto da una lunga riflessione teorica posta in appendice (cosa che non dovrebbe mai mancare in un’antologia simile) e completato da una lista di opere letterarie, musicali, cinematografiche e seriali che presentano comunione d’intenti con i racconti dell’antologia. Il titolo originale dell’opera è After Yesterday’s crash – The Avant Pop Anthology, e focalizza l’attenzione proprio sull’estetica Avant-Pop. I ventotto autori presenti offrono diverse prospettive sull’avant genere. La lettura complessiva del volume fornisce una caleidoscopica e completa visione dell’Avant-Pop letterario.
Gli autori presenti sono perfettamente coscienti che tutto ciò che è sociale è anche culturale e che il versamento del culturale nella vita sociale si è verificato grazie alla tecnologia. Se allora (l’antologia è del 1997) l’attenzione era puntata su televisione, videoclip, possibilità di registrazione, cut-up analogico, chat-line, pubblicità, oggi potrebbe focalizzarsi su social network, Youtube, spettacolarizzazione della politica (già presente nell’antologia grazie al racconto di Bruce Sterling), identità e sessualità.
Quella dei racconti di Schegge d’America non è una realtà ma un’iperrealtà realizzata per accumulazione infinita. Accumulazione storica di centinaia di immaginari artistici, letterari, musicali, di stilemi, generi e prospettive, ormai irrimediabilmente versate nella soluzione instabile della vita sociale. Questa iperrealtà centrifugata e impazzita è caratterizzata dalla perdita dell’unità e quindi della sicurezza (che è anche sicurezza sociale). È proprio su questa perdita - ci dice Larry McCaffery – che gli autori AP hanno puntato la loro attenzione. Per questi scrittori (come per gli artisti della pop art) non sono solo le risorse della cultura alta a offrire materiale per le loro opere, essi sono attratti dalla cultura popolare, convinti che per una società franta e postindustriale come quella che stava sviluppandosi (e che oggi giunge alla sua estremizzazione mortale) solo le risorse della cultura pop potessero essere totalmente comprese e accettate. Gli autori AP utilizzano tali risorse (immagini chiave, metafore, punti di riferimento e allusioni) per manipolazioni, edulcorazioni, riscritture (pratiche tutt’oggi amatissime non solo per i fandom di riferimento). Per loro il vero realismo – la capacità di raccontare e riprodurre il reale – è questo: trame non lineari, sincope da zapping televisivo, velocità e immediatezza del videoclip e della chat-line, riflessione nichilista e ironica sulla cultura pop. Il tutto avvolto, ammantato, da implicazioni millenaristiche e apocalittiche che sono allo stesso tempo retaggi dell’atomica e figli della cultura classica (che gli autori Avant-Pop conoscono e amano). Riferimenti apocalittici che si propongono come soluzione consolatoria per una realtà alla deriva, in perpetua metamorfosi identitaria.

mercoledì 4 gennaio 2012

Velluto Blu di David Lynch (1986)

Cos'è un drappeggio di velluto se non un continuo celarsi e disvelarsi di porzioni di tessuto a seconda della luce che lo colpisce?
Questa la riflessione principale che potrebbe balenarvi in mente non prima che si chiuda il cerchio, perfetto e surreale, di quel capolavoro che è Velluto Blu. La quarta pellicola di David Lynch è un'opera magistrale e senza tempo. Molti stilemi e temi ricorrenti (tra i quali proprio le teatrali tende di velluto) torneranno nelle pellicole e nei lavori successivi di Lynch (Cuore selvaggio, Twin Peaks) ma il ricordo più vivido di Velluto blu è la luce: uno strumento essenziale per la narrazione e lo svolgimento degli eventi. Sia essa radente, lambita dalle ombre, elettrica,  proveniente da una buia e mefitica candela, la luce trasfigura, evidenzia, cela, in breve racconta.
Lynch imbastisce su quella che è a tutti gli effetti una cornice noir una trama straniante e metaforica. Vi ritroviamo tutte le caratteristiche del genere noir: la femme fatale Dorothy Vallens, “corporale” e proibito spirito materno, Frank Booth l’agghiacciante antagonista interpretato da Dennis Hopper, e ovviamente l’eroe, Jeffrey Beaumont (un giovanissimo Kyle McLachlan), diviso in maniera “polare” fra la notte, fatta di sesso, violenza e orrore, e il giorno fatto di apparente semplicità (compreso l’interno familiare) nonché teatro di posa per la relazione con Sandy (Laura Dern).

martedì 3 gennaio 2012

Dune di David Lynch (1984)

Laddove anche Alejandro Jodorowsky aveva naufragato è riuscito invece il giovane e promettente David Lynch, che scelto dal produttore Dino De Laurentis e avvalendosi di un lungo periodo preparatorio per costumi, scenografie ed effetti speciali, ha potuto portare sul grande schermo (prima di altri e più modesti progetti televisivi) il romanzo di culto Dune di Frank Herbert. Nonostante non abbia avuto il successo sperato, Dune è ricco di suggestioni e  mostra una nuova prova della carica immaginifica dello sguardo lynchiano. Allontanandosi dal sottotesto politico del romanzo (forse l’unico neo della riduzione di Lynch), la pellicola risolve molte complicazioni narrative con soluzioni particolari e spesso iconiche. Ne sono un esempio i lunghi monologhi interiori dei protagonisti, che nella pellicola trovano voce negli intermezzi fra i dialoghi aumentando suspense e straniamento. Succede così in particolare nel racconto della formazione di Paul Atreides  (Kyle McLachlan) fra i Fremen di Arrakis (il ventoso e desolato Dune del titolo). 

Se Jodorowsky avrebbe voluto nientemeno che Salvador Dalì nel ruolo dell’imperatore, Lynch decide di approfondire l’istanza surrealista aprendo, di tanto in tanto, a meravigliose sequenze oniriche. Esempi di questa tendenza sono la genesi dei vermi di Arrakis (in una sorta di riproposizione del concepimento uterino) e le molte simbologie che richiamano la cultura egizia (la mano, le ali, l’acqua come simbolo femminile, la narrazione per immagini). Lynch inoltre gioca con materiali culturali di ogni tipo, utilizzandoli trasversalmente. È così che la Reverenda Madre Bene Gesserit ricorda un dipinto del seicento e gli scudi utilizzati dai personaggi della casa Atreides richiamano nello stesso momento il cubismo e  i fumetti. Non manca il riferimento all'organico e al putrescente tipico dell’estetica lynchiana (ricordiamo che la prova precedente è stata The Elephant Man): dalle orribili piaghe di Vladimir Harkonnen alle agghiaccianti prove che la Reverenda Madre Bene Gesserit riserva a Paul e a sua madre Jessica, e ancora le enormi fauci dei vermi di Arrakis. In definitiva una pellicola essenziale per comprendere le istanze del cinema di David Lynch e l’influenza sulla cultura popolare di una saga complessa e ricca di suggestioni come quella di Frank Herbert.

domenica 1 gennaio 2012

The short films of David Lynch

Era il 2008 e in giro per il mondo (compresa la Triennale di Milano) vennero allestite delle salette cinematografiche in perfetto stile Eraserhead per la proiezione degli Short Films - brevi, inquietanti e surreali cortometraggi - di David Lynch. La mostra era The air is on fire e chi non ha potuto goderne oggi può recuperare grazie a Raro Video che li ripropone in uno splendido cofanetto insieme a EraserheadDumbland (una serie di corti di animazione in Macromedia Flash). I corti sono proposti in rigoroso ordine cronologico e vengono introdotti da David Lynch stesso che ne racconta la genesi  e la realizzazione fra un progetto cinematografico e l’altro ). Ognuno dei corti ha un valore inestimabile in termini di compresione dell’Opera di Lynch e ne mostra tutta la carica sperimentale e decostruttivista, qui completamente libera di esprimersi.