Come spesso
accade con la materia narrativa di Stephen King utilizzata al cinema anche Carrie, leggendario romanzo breve del
1974, è assorbito e metabolizzato nella visione del regista che si prende
l’onere di portarla sul grande schermo. In questo caso Brian De Palma che materializza la storia della giovane esper di Chamberlain secondo le proprie
ossessioni, i propri modelli e stilemi. Carrie - Lo sguardo di Satana è un
film deliziosamente agghiacciante, nella sua composizione di tensione, paura e
carica visiva. Già dalle prime sequenze De Palma ci introduce, con la lentezza
tensiva che è ormai la sua firma, al primo grande trauma della giovane Carrie (Sissy Spacek): il suo scoprirsi
donna in quel rivolo di sangue che gli scivola sulla coscia sotto la doccia,
arriva dopo il piano sequenza che attraversa lo spogliatoio della palestra dove
le altre ragazze vivono con disinvoltura la propria femminilità. È un passaggio
chiave, scatenante e terrificante perché non annunciato, reso traumatico dalla
pioggia di assorbenti che le compagne di classe le gettano addosso deridendola.
De Palma, porta lo spettatore ad abbandonare il suo status per renderlo
partecipe, facendo coincidere il suo sguardo con quello dell’atterrita giovane
donna sotto la doccia. È questo a rendere Carrie
– Lo sguardo di Satana una felice trasposizione del romanzo di King. Nelle
istanze del re del brivido (dichiarate esplicitamente in On writing) Carrie è un personaggio le cui caratteristiche portano
a un’identificazione da parte del lettore in maniera ecumenica, «a
guardar bene, tutti abbiamo conosciuto (o siamo stati) Carrie da giovani.», Brian De
Palma non perde tempo a ricordarcelo.
Da questo
momento in poi è un focalizzare – secondo la lezione hitchcockiana – sul
rapporto morboso fra Carrie e la mefistofelica e alienata genitrice Margaret White (Piper Laurie). Quest’ultima
cela sotto la sua follia fondamentalista un trauma d’abbandono e riversa nero rancore sulle esili membra della figlia (che nel romanzo è invece grassa)
con le sacre scritture usate come arma. La casa delle White (in perfetto stile Carpenter Gothic) è un labirinto di
anfratti bui e insostenibili, in cui la summa dell’orrore è dato dall’orribile “stanzino
della penitenza” in cui un’immagine cristologica infilzata e sanguinante
atterrisce e annichilisce (rovinandola irrimediabilmente) la mente di Carrie.
Il
cambiamento fisico della giovane White coincide con il manifestarsi dei propri
poteri. Come tutti i cambiamenti negli adolescenti anche questo risulta
incomprensibile e mal gestito. Potrebbe rappresentare una luminosa via
salvifica ma finirà per diventare il sigillo della sua prigione infernale. Se
nel libro la violenza di Carrie si scatena oltre che sui suoi aguzzini su tutti
quella che incontra in città - deflagrando quindi dal trauma privato al tessuto
sociale che l’ha prodotto, deriso e ignorato - De Palma decide di puntare
ancora una volta tutta l’attenzione sul rapporto madre/figlia. Casa White diventa
il luogo dove la tensione raggiunge il suo massimo e si diffonde tra le assi
annerite della soffitta e della cucina male illuminata della signora Margaret. Sarà
qui che avverrà il confronto finale. Un confronto che ha le sembianze grottesche della passione cattolica,
con tanto di sacrificio ed estasi. Rimane poi leggendario (perché terrificante
e assoluto) il finale di De Palma, assai apprezzato e invidiato dallo stesso Stephen
King.
Nessun commento:
Posta un commento