Possiamo a buona ragione considerare A Dirty Shame l’opera definitiva di John Waters, quella che sintetizza
l’operato antiborghese e punk (Mondo Trasho, Female Trouble, Pink Flamingos) della prima produzione
con il recupero dell’estetica rock’n roll e dell’immaginario suburbano della
seconda (Polyester, Cry Baby, La signora ammazzatutti). Il regista di Hairspray lo fa ancora una volta a Baltimore, l’ombelico del mondo, «la città della diversità», come dirà uno dei personaggi. Baltimore, che ha già fatto da sfondo alle
passeggiate demoniache di Divine, e che qui torna a celebrare un certo sguardo
iper-trash e sovversivo che pensavamo ormai appartenere al passato. A Dirty Shame, forte delle
sperimentazioni linguistiche affinate negli anni da Waters, sembra tornare ai
fasti violenti di un tempo, raccontando della preparazione a una nuova pasqua
sessuale, un’avant-resurrezione, da realizzarsi nell’atto sessuale definitivo.
Alla sua ricerca si metterà la protagonista Sylvia (Tracey Ullman), ex neuter (“neutra”), diventata una drogata
di sesso orale (che vorrà farsi praticare da chiunque) e adepta del cristo
sessuale Ray-Ray (il folle Johnny Knoxville di Jackass, qui in versione profeta rockabilly).
