sabato 17 dicembre 2011

Cry Baby di John Waters (1990)


Quando uscì Cry Baby riscosse più successo a Cannes che al botteghino e per molti anni fu sottovalutato e accusato di trascendere diversi generi senza interpretarne realmene nessuno, in ogni caso incapace di rappresentarne la sintesi. Oggi però la prima pellicola di John Waters dopo la morte di Divine torna alla ribalta grazie alla potenza del dialogo fra cinefili e appassionati che continuano a discuterne le istanze con idee sempre più acute e originali su blog e social network. Ad appassionare è certamente l’insieme di personaggi, rigorosamente suddivisi in due gruppi: da una parte i giovani rocchettari in leather jacket e jeans aderenti, amanti delle motociclette e della libertà (figli di Rusty il selvaggio quanto del Kenneth Anger di Scorpio Rising) dall’altra i giovani patrizi in cardigan di cotone e pantalone con le pence, elitari e conservatori. Fra questi utlimi l’angelica Allison (Amy Locane) che vuole a tutti i costi essere una bad girl e unirsi alla banda di Wade “Cry Baby" Walker, un giovanissimo Johnny Depp nei panni del capo di una gang di motociclisti composta da sua sorella Peperona (l'ultima arrivata frai Dreamlanders Ricki Lake), Wanda (una spigolosa e già nota alle cronache Traci Lords), la grottesca Mannaja (Kim McGuire che cita direttamente l'immensa e irrangiungibile Edith Massey) e Milton (Darren E. Burrows). Chiudono la formazione Ramona la racchia (nonna di Cry Baby) una rugosa e fumettistica Susan Tyrell, accompagnata nientemeno che da Iggy Pop nei panni del folle zio di Cry Baby.


La gang di Cry Baby al completo
John Waters, orfano dell’irriverente maschera iconica di Divine, decide di tornare a Baltimore, sua città natale e luogo-feticcio d'elezione che questa volta diviene rifugio dove tuffarsi nei ricordi di gioventù. Ricordi che vengono trasfigurati e “customizzati” in un’opera pop dai toni accesi. L'affresco realizzato da Waters è esplosivo, musicale e affollato da una fauna esagerata e scientemente bidimensionale. Una rappresentazione fumettistica dalla consueta cornice trashy, ricca di potenziale immaginifico. John Waters mette in scena la sua personale decostruzione di Grease (e perché no di Gioventù bruciata) fra lingue che si avvinghiano nella calda estate indiana, balli sfrenati a suon di rock and roll, cromature e brani ormai di culto (eseguiti da James Intveld e da Rachel Sweet al posto di Depp e Amy Locane). Meglio di un saggio di sociologia culturale e solo apparentemente mainstream (proprio come Hairspray) questa pellicola altro non è che un loop suburbano in cui si incontrano la migliore pagina di cultural studies e la proiezione domenicale della TV di provincia.

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