martedì 13 marzo 2012

Lunar Park di Bret Easton Ellis (2005)

di Marco Visinoni

Lunar Park è un oggetto estraneo nel percorso letterario di Bret Easton Ellis. Come se la sua decappottabile insanguinata, spinta al culmine dei giri dall’apocalittico Glamorama, fosse andata a schiantarsi contro il disperato STOP urlato da Roger Waters in The Wall. Lo dice Bret stesso in apertura: Lunar Park è un ritorno. A uno stile più pulito (basta incipit interminabili per costringere il lettore nel vortice); alle origini minimaliste, quelle da cui sempre più violentemente l’autore si era distaccato con l’omicida-o-forse-no di American Psycho prima, con i fashion terroristi del suddetto Glamorama poi. Ritorno a parlare di me e lo faccio nel modo più veritiero possibile. Nomi e cognomi reali, ambienti reali. Situazioni riconoscibili. Ecco a voi il vero Bret.
Il primo capitolo è un romanzo nel romanzo: Ellis ripercorre la sua scintillante carriera, dal successo inatteso di Meno di zero alla tournée autodistruttiva per promuovere Glamorama, quando un addetto alla sicurezza era incaricato di irrompere in ogni bagno nel quale lo scrittore – schiavo della droga e a rischio costante di suicidio - si intrattenesse per più di cinque minuti. Superato (quasi indenne) il passato, c’è un presente nel quale Ellis vive con una donna e due figli, uno dei quali avuto da lei anni prima e anni prima rifiutato vigliaccamente. Un Ellis che prova a tirare dritto tra corsi di scrittura creativa, tentativi di stabilità e distacco dalle droghe. Prova, perché niente funziona… e come potrebbe la staticità borghese sposarsi all'eterno bad boy della letteratura americana? Tutto precipita, più Ellis torna al passato più il passato torna da Ellis, con il fantasma del padre che lo tormenta, tra rapimenti-o-forse-no di bambini schiavi degli antidepressivi e mostri orripilanti che turbano la quiete di una provincia americana che quieta non è. Ma terrificante. Lynchana.

lunedì 12 marzo 2012

Videodrome di David Cronenberg (1982)


Con Videodrome David Cronenberg realizza la sua opera più completa, immaginifica e pienamente iconica.  L’operazione compiuta è assai raffinata e ha reso la pellicola un feticcio cinematografico amato e venerato da un vasto fandom (che non manca di rimproverare al “nuovo” Cronenberg di aver abbandonato la poetica weird della carne e della sua commistione con la tecnologia).
In Videodrome Cronenberg muove dalle teorie di Marshall McLuhan - Il massmediologo e sociologo canadese (come Cronenberg) che meglio di tutti ha messo a fuoco le potenzialità dei media e della tecnologia a essi associata - in particolar modo quelle riguardanti gli effetti della televisione e il rapporto tra individualità, media e tecnologie. Cronenberg coniuga le riflessioni di McLuhan (materializzato in parte nella figura del professor O’Blivion) con la sua visione cinematografica basata sul rapporto di entrata-uscita, un cinema che dai tempi di Stereo sappiamo essere fatto di ingressi, porte, penetrazioni. Per il protagonista, il disincantato e sempre più ossessionato Max Renn (James Woods), questo significherà farsi strumento, mezzo (e quindi messaggio) e perdere la propria individualità e corporeità.

venerdì 9 marzo 2012

Le 13 cose di Alessandro Turati (2012)


Esce per NEO. Edizoni un nuovo volume, un romanzo (almeno da quello che recita la copertina) di un giovane autore Alessandro Turati. Il volume ha come titolo Le 13 cose e durante la lettura mi ha fatto letteralmente saltare sulla sedia. Da tempo mi interrogo sull’eventualità (plausibile? Impossibile?) di un percorso, una linea di sperimentazione legata all’Avant-Pop in Italia. Alessandro Turati, esordiente, mi fa ben sperare.
Le 13 cose è certamente un romanzo, ma derivatizzato, nato da un brodo post-requiem in cui si sono diluiti la tradizione emozionale della narrativa giovanilistica, l’utilizzo armato e terroristico di scelte stilistiche e oggetti culturali e la narrazione in prima persona della letteratura mainstream. Le 13 cose possiede un ritmo sincopato, uno stile paratattico creato ad hoc per provocare nel lettore – attraverso vere e proprie «piroette verbali» - una sensazione di claustrofobia che già dalle prime pagine avvertiamo deflagrante e piena di possibili, infinite soluzioni. I personaggi sono contenitori/erogatori di immaginari personali franti, interscambiabili, ricostruibili più volte per creare sempre nuove narrazioni. Quest’operazione induce nell’autore e nel lettore la proposizione dada di narrazioni altre, limitrofe, contenute nel flusso concitato di quella maggiore, che di contro si allunga, si ampia e si espande, si gonfia e si edulcora.

mercoledì 7 marzo 2012

Imperial Bedrooms di Bret Easton Ellis (2010)

Imperial Bedrooms – lo sappiamo tutti – è il seguito di Meno di Zero (1985) ma può essere letto in maniera più ampia come la chiusura ideale di tutta l’Opera di Bret Easton EllisImperial Bedrooms – dopo Less than zero altra citazione da Elvis Costello – possiede tutte le caratteristiche e peculiarità dei romanzi precedenti di Bret Easton Ellis, in particolar modo degli ultimi: Lunar Park, American Psycho e Glamorama. Secondo il principio dell’intercambiabilità degli individui possiamo riconoscere in Clay gli stessi segni del tempo che troveremmo sul volto di Victor Ward e Patrick Bateman, nonché di Ellis stesso, non a caso citato da Clay nell’incipit metaletterario che racconta dell’uscita di Meno di zero («Su di noi avevano fatto un film. Il film era tratto da un libro scritto da una persona che conoscevamo.») e della sua terribile riduzione cinematografica con Robert Downey Jr.
I rituali di morte dei modelli-terroristi di Glamorama e le abominevoli sessioni di feticismo e sadismo organico di Patrick Bateman tornano qui per tormentare la lisa esistenza di Clay che all’inizio del romanzo ri-torna a Los Angeles da New York (ricorderete che in Meno di zero tornava invece da Camden) per ritrovare i corpi dei propri amici, amanti e conoscenti degradati dall'espressionismo chirurgico («Lì per lì non lo riconosco. Ha un volto artificialmente liscio, rifatto in modo tale da avere gli occhi strabuzzati in un’aria di perenne sorpresa; è solo la brutta copia di un volto, e pare straziato») o dolcemente stemperati nella placenta di una maturità borghese all'insegna del compromesso.

martedì 6 marzo 2012

Meno di zero di Bret Easton Ellis (1985)


L’intertestualità ha sempre avuto una grande importanza nell’Opera narrativa di Bret Easton Ellis. Molti dei suoi personaggi – secondo la logica dell'intercambiabilità degli individui – si affacciano da una storia all’altra per mostrare nuove – a volte molto sottili – caratteristiche della propria esistenza. Non sfugge a questa logica nemmeno Clay il protagonista di Meno di zero - primo romanzo di Bret Easton Ellis – che ritroveremo in Le regole dell’attrazione dove viene descritto dai protagonisti Lauren, Paul e Sean come il «ragazzo di L.A.» sempre in bermuda e occhiali da sole.
In Meno di zero (titolo da un brano cult di Elvis Costello) Clay torna da Camden a Los Angeles dove riallaccia i rapporti con la fidanzata storica Blair e con la nutrita fauna di amici – abbronzati, sconvolti e bellissimi – lasciati ad arrostire sulle spiagge della California. Tra di essi spicca Julian, il miglior amico di Clay, (su cui è incentrata la riduzione cinematografica scult del romanzo con Robert Downey Jr.) costretto a prostituirsi per pagarsi le anelate dosi di eroina.
 Bret Easton Ellis mette qui in scena quello che Sontag ha teorizzato nel suo saggio Davanti al dolore degli altri, gli appetiti visivi degli amici di Clay e Blair sono infatti sintomatici di un’esistenza attutita e atrofizzata nel confronto col dolore. Solo i due protagonisti rimangono sconvolti dall’atteggiamento degli amici intenti a trasmettere uno snuff movie durante un party o a osservare e fotografare la loro amica Muriel - anoressica in riabilitazione - mentre si inietta l’eroina nel braccio piangendo, o ancora davanti alla processione per guardare il cadavere di una dodicenne nuda sul letto di Rip. L’obnubilazione (che impedisce a Clay di riconoscere pure le sorelle minori), la sdrucita ed elegante afasia che rende i corpi dei giovani protagonisti così desiderabili è un effetto estremizzante. In Meno di zero siamo appunto all’estremo: Clay, Blair, Julian, Rip, Alana e gli altri possiedono tutto, vanno a letto con chiunque e censurano i propri desideri a favore di una superficie rassicurante e attraente. La superficie, materia prima del Minimalismo di Ellis, non è ancora una Vergine di Norimberga in cui costringere la propria natura come in American Psycho o Glamorama, è ancora una scelta, una coperta di Linus cangiante con cui affrontare l’orrore – che qui è sempre altro da sé, un miraggio nel deserto, come il non luogo Palm Springs – fino all'eventuale salvezza finale (che già si perderà nel paragrafo conclusivo amputato de Le regole dell’attrazione): lasciare Los Angeles sperando di non tornarci mai più.

Glamorama di Bret Easton Ellis (1998)


Glamorama romanzo di culto di Bret Easton Ellis uscito nel 1998 e ambientato nella metà degli anni Novanta è una mastodontica produzione (563 pagine), dalla lunga gestazione che ha ormai assunto un valore storico-letterario di prim’ordine. Glamorama ci presenta un vortice iper-saturo, al cui centro troviamo il cover-boy Victor Ward, un modello dalla rampante carriera mediatica troppo preso dal proprio self per accorgersi degli oscuri e orribili eventi che si muovono dietro le quinte di cartapesta della sua esistenza. Con sapiente approccio surrealista Bret Easton Ellis mette in scena un lungo viaggio, una fuga-pretesto narrata in prima persona cosicché la visione io-centrica di Victor restituisca al lettore gli eventi come distorti, privi di connotati definiti in un'articolata visione Avant-Pop. Seguire Victor in Europa, tra Londra e Parigi, città che topograficamente offrono luoghi di consumo che ne sottolineano il legame culturale con gli U.S.A. (dai negozi GAP ai club, alle abitazioni scelte dai personaggi), rappresenta un delirante percorso che stringerà il cappio intorno al collo di Victor rendendolo vittima e complice di una folle organizzazione criminale e terroristica messa su da un gruppo di top-model senza scrupoli.
 Gli scenari costruiti intorno alle esplosioni delle bombe, l’attenzione per l’organico e la mutilazione sembrano prevedere il desiderio patinato dei media nei confronti di questo tipo di eventi (11/09 su tutti). Realtà e finzione collimano nel punto di vista di Victor che convinto di stare per girare il film che lo consacrerà al grande pubblico, obnubila ogni dettaglio “fuori campo” attraverso massicce dosi di tranquillanti e droghe sintetiche.

American Psycho di Bret Easton Ellis (1991)


A distanza di un ventennio American Psycho – romanzo imprescindibile firmato da Bret Easton Ellis – si conferma paradigma esemplare nella rappresentazione della contemporanea alienazione e della relativa obnubilazione provocata dalle merci. Già nel 1991 il maestro del minimalismo – ispirato da Babbit, romanzo degli anni Venti firmato da Sinclair Lewis - mette in scena  una impressionante «vertigine della lista» attraverso un ritmo, uno sciorinare perpetuo (e per questo rassicurante) di marchi, oggetti, designer, negozi, palestre alla moda e ristoranti, tra cui spicca il Dorsia, meta superiore e inaccessibile,  paradiso artificiale negato. Bret Easton Ellis aveva già rappresentato il decennio degli anni Ottanta nei suoi precedenti lavori Acqua dal Sole e Meno di zero, con questo volume ritorna a lavoro per la rappresentazione della costellazione culturale del nuovo decennio. Cambiano attitudini e istanze: la diluizione dell’individuo nell'universo mercificato stavolta è la sacca placentare che lo accoglie per accrescerne gli appetiti ferini più bassi e sconcertanti.
Il protagonista Patrick Bateman è un novello uomo del sottosuolo (come per l’eroe di Dostoevskij ogni sua affermazione va presa come verità relativa e mai assoluta), ha tutto: bellezza, denaro, successo, ma è soprattutto angosciato a causa di una realtà con cui crede di aver contratto un debito (forse dovuto al padre che già incontrammo moribondo in Le regole dell'attrazione). Pat-il-Grinch scivola sulla superficie come un idrocarburo a basso peso molecolare sull’acqua, manifesta raramente la sua vera natura se non fra le quattro mura di casa e le volte che essa sconfina all’aperto la visione precipita rapidamente in un delirio mitomane che per il lettore significa il passaggio improvviso alla terza persona singolare per tornare poi alla prima persona o in alternativa interrompere bruscamente il paragrafo.