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sabato 12 luglio 2014

Grindhouse - A prova di morte di Quentin Tarantino (2007)



Oggi sappiamo che l’unico errore commesso è stato quello di assecondare l’entusiasmo incontenibile di Quentin Tarantino nel commercializzare il progetto così com’era nato: omaggio agli scomparsi cinema «grindhouse», in double feature. Far uscire in un’unica soluzione A prova di morte, girato da Quentin Tarantino stesso e Planet Terror di Robert Rodriguez, in una lunga proiezione di 190 minuti è stato non solo un fiasco al botteghino ma ha persino messo in discussione la qualità dell’episodio di Tarantino (cosa che non è accaduto per l’altrettanto costoso ma di più immediato gradimento Planet Terror). In realtà la successiva uscita in sala separatamente (con l’aggiunta di sequenze inizialmente eliminate) e l’home video (mosso dall’ampio fandom che negli anni si è raccolto intorno al film) hanno permesso un ampio recupero delle somme investite ma soprattutto hanno portato a una rivisitazione dei giudizi negativi avuti dopo la prima uscita.
In Italia Grindhouse – A prova di morte è uscito singolarmente e non posso non ricordare sorridendo l’entusiasmo stratosferico e l’incredibile energia che ha attraversato la sala durante la proiezione del film, soprattutto durante il finale. In A prova di morte Tarantino libera non solo le sue ormai conosciute e amate ossessioni ma cosa davvero importante realizza una reboante e spassosissima visione cinematografica attraverso i suoi due strumenti principe: una regia spregiudicata e multiforme e dialoghi entusiasmanti ed esplosivi.

sabato 5 luglio 2014

Grindhouse: Planet Terror di Robert Rodriguez (2007)




Robert Rodriguez - amico fraterno di Quentin Tarantino con cui condivide un’attitudine onnivora in fatto di cinema - possiede una preparazione eclettica: sceneggiatore e regista ma anche montatore e compositore. Tutto questo know how, messo a disposizione della più spassosa ed entusiastica passione cinematografica, ha portato la coppia di registi a realizzare il progetto Grindhouse: due pellicole (in Italia usciti al cinema separatamente) che richiamano il double feature a basso costo - con un montaggio il più delle volte sconnesso e flottante - caratteristiche degli anni Settanta.

Planet Terror, l’episodio girato da Rodriguez, è da vedersi dopo quello di Quentin Tarantino A prova di morte ed è in realtà un accorato omaggio a pellicole cult d’exploitation riguardanti il contagio e la sopravvivenza (consigliato per approfondire il dossier PANDEMIA di Nocturno Magazine) quali Incubo sulla città contaminata di Umberto Lenzi (contattato con intenzioni filologiche da Rodriguez durante la realizzazione del progetto Planet Terror) e Zombi 2 del maestro assoluto Lucio Fulci.

Protagonista della vicenda una proverbiale “pupa da sballo” : Rose McGowan (ex del reverendo Manson, ora impegnata con lo stesso Rodriguez) nei panni di Cherry Darling, go-go dancer (omaggio alla Barbara Bouchet di Milano Calibro 9) alle prese con una notte di ordinaria follia durante la quale una tossina rilasciata nell'atmosfera da un gruppo di militari beoti (tra cui uno spassosissimo Tarantino) produce la necrosi delle cellule e trasforma la cittadinanza in un gruppo di mostri cannibali e assassini, i sickos che richiamano esteticamente i mostri di Incubo nella città contaminata. Insieme a Cherry ritroveremo i coniugi William e Dakota Block (e le loro bollenti crazy babysitter twins) medici impegnati durante il turno di notte, in particolare con l’ondata di malati folli e cannibali. In un tripudio di omaggi che vanno da Carpenter a Joe D’Amato passando per Spilberg, la pellicola procede ironica, folle e ricca di coolness alternando azione - ormai cult le sparatorie dalla gamba-fucile di Cherry Darling e la sequenza della baruffa in ospedale che cita E tu vivrai nel terrore! L’aldilà - a momenti di ironia sopratutto grazie ai dialoghi serrati che ormai connotano le pellicola di Rodriguez e Tarantino.

sabato 26 ottobre 2013

Kill Bill di Quentin Tarantino (2003-2004)


[Avvertenze: questo intervento non contiene il termine «postmoderno»]. 

Il quarto progetto cinematografico di Quentin Tarantino, Kill Bill (diviso nei due volumi 1 e 2), ha avuto per il cinema a-venire (a occhio e croce fino all'uscita di Bastardi senza gloria) un valore didattico di immane portata. Non si parla solo degli stilemi riproducibili (e riprodotti) fino al logorio (nel cinema quanto nella narrativa) ma del valore intrinseco della pellicola, una sorta di energia potenziale-immaginifica in grado di aprire la visione dello spettatore sia orizzontalmente (leggi geograficamente) che verticalmente (stili, registri, immaginari intercambiabili).

Molti di voi staranno cercando nel paragrafo precedente le parole: «citazione» e «intertestualità» per cui meglio dedicare a ognuna di loro altrettanto spazio.

La citazione: una delle attività principali con cui i fan e i cineasti amano dilettarsi è la ricerca delle decine e decine di citazioni/omaggi ri-elabotate da Tarantino nel raccono, meglio, nei racconti di cui è costruita l’epica della Sposa. Si tratta di citazioni formali, contenutistiche e musicali che spaziano dallo spaghetti-western più zozzo alle taglienti pellicole giapponesi come Lady Snowblood (lo scheletro, l’impalcatura, di Kill Bill è stata plasmata sui questa meravigliosa pellicola di Fujita Toshiya) passando per il kung-fu anni Sessanta/Settanta, la serialità e il cinema d’autore (Kubrick, Coppola). 
Quentin Tarantino, cinefilo-flanuer dall'appetito infinito si nutre (e ci nutre) di frammenti e passages di celluloide con cui plasmare nuovi e inediti racconti.

L’intertestualità: Dal soggetto di Q&U (Quentin e Uma) le vicende della Sposa sono suddivise in capitoli che non rispettano la cronologia degli eventi ma che si richiamano, legano e completano fra loro nell'intreccio scientemente intertestuale. Personaggi, intenzioni, background, oggetti e paesaggi si decompongono e ricostruiscono continuamente donando allo spettatore un’esperienza lisergica e avant-pop nella sua accezione più orizzontale e geografica: dal Messico al Giappone di O-Ren, dallo sconfinato orizzonte della California visto dai vetri lerci della roulotte di Budd al Brasile pop del finale. Come detto abbiamo richiami di tipo formale, ad esempio l’anime giapponese o il black’n white, sottili ed eleganti riferimenti al cinema altrui come il Twisted Nerve di Bernard Herrmann quanto al proprio: le sigarette Red Apple, la squadra DVAS come le Volpi forza 5 di Pulp Fiction o il motivetto che si sente ne Le Iene quando Mr. Blonde accende la radio prima di torturare il poliziotto riproposto all'inizio di Kill Bill vol. 2.

venerdì 15 marzo 2013

Jackie Brown di Quentin Tarantino (1997)


Quentin Tarantino ha appena finito di raccogliere larghi consensi di critica e di pubblico con il suo ultimo film Django Unchained ma tutte le sue pellicole godono, oggigiorno, di ottima salute e vengono continuamente riscoperte da parte di addetti ai lavori, fans e spettatori che semplicemente le beccano in seconda serata sulla TV generalista.
Jackie Brown è tra le pellicole che preferisco. I dialoghi tarantiniani (ricordate la discussione sulle armi fra Ordell e Louis davanti alla TV?), l’arte certosina del «recupero delle fonti» che qui vede la riproposizione del blaxploitation (film d’exploitation per un pubblico di afroamericani) con la presenza della magnifica Pam Grier, l’omaggio spassionato alla letteratura pulp di Elmore Leonard (il film è tratto dal suo romanzo Rum Punch e il personaggio di Jackie Brown cita il libro The Friends of Eddie Coyle amatissimo da Leonard stesso ).
Jackie Brown (quella procace black mama di Pam Grier) è una hostess invischiata in un giro di contrabbando di armi e denaro per conto di Ordell Robbie (Samuel L. Jackson e il suo cappellino Australian si sono conosciuti su questo set, n.d.r.) uno sciamannato piccolo farabutto convinto di tenere le redini di chissà quale enorme giro di affari. Al suo fianco Louis (uno spiegazzato e spassosissimo Robert De Niro) e Melanie (una sexy e rompiballe Bridget Fonda). La polizia - nei panni di Ray Nicolette (un irritante Michael Keaton) e Mark Dargus - inizia a interessarsi al caso mettendo alle strette Jackie che intanto ha conquistato il cuore di Max Cherry, professione garante di cauzioni. Gli ingredienti per un ottimo noir ci sono tutti, se poi a girarlo è Quentin Tarantino lo spasso è assicurato (attenzione il film è stato riscoperto negli ultimi anni, allora venne considerato addirittura un passo falso!).

Le citazioni sono moltissime, gli appassionati (e non) potranno divertirsi a trovarle tutte compresi i riferimenti ai film precedenti di Tarantino (Le iene, Pulp Fiction) ma resta indubbia la bellezza della pellicola in cui Quentin sposta sullo sfondo l’esegesi dello schizzo di sangue per raccontare con più ampio respiro la storia d’amore tra Jackie e Max e dare il giusto spazio all'intreccio squisitamente crime.

Una vita al massimo di Tony Scott (1993)


Una vita al massimo (titolo originale True Romance) - secondo capitolo della «trilogia pulp» di Quentin Tarantino dopo il capolavoro formale e citazionistico Le Iene - riprende trame, tic e stilemi del Romance Comic: fumetto incentrato su storie d’amore certamente romantiche ma messe in difficoltà da complicazioni come gelosia e tradimenti. Materiale che Tarantino porta all'estremo nella sua sceneggiatura regalando al pubblico una delle coppie più rock della cinematografia tutta. Basti pensare alla sola reazione di Alabama «è così romantico!» al massacro compiuto da Clarence per lei.
Nella prima, cupissima, parte della pellicola il giovane Clarence Worley (che ha il volto da teen devil di Christian Slater) incontra la dolce prostituta Alabama Withman (la stupenda Patricia Arquette) ingaggiata da un amico per il suo compleanno. Fra i due è subito amore, assoluto e devoto. Sarà questo sentimento incendiario (complice il modello dei fumetti e dei b-movie di cui fa incetta) a spingere Clarence nella tana del vecchio protettore di Alabama, per ucciderlo. Qui il nostro avrà il suo incontro con l’evento casuale (forza motore di ogni produzione pulp che si rispetti): una valigetta piena di cocaina purissima che in una girandola di eventi sempre più cruenti porterà i protagonisti a Los Angeles e, poim al finale (o, come vedremo ai finali). Già, valigetta, come quella zeppa di diamanti de Le iene o quella misteriosa e catartica dell’ultimo film della trilogia Pulp Fiction.
Gli sceneggiatori e (allora) amici Quentin Tarantino e Roger Avary mettono fra le mani del regista Tony Scott una grande quantità di materiale cinefilo: dai film visionati continuamente dai diversi personaggi (i film di Sonny Chiba, A better tomorrow II, Freejack fuga dal futuro) alle citazioni formali, come la scena di sesso fra Alabama e Clarence (che richiama quella fra Tom Cruise e Kelly McGillis in Top Gun) e ai divertissement iconici come il mafioso italiano Vincenzo Cocotti interpretato dall'immenso Christopher Walken o lo sfattissimo coinquilino losangelino interpretato da Brad Pitt e infine il mexican standoff (che ritroviamo in tutti i film della trilogia) a casa del produttore e spacciatore Lee Donovitz.

domenica 10 marzo 2013

Tarantino e l'omaggio corale alla Nouvelle Vague: Four Rooms (1995)


Difficile destreggiarsi tra i molti progetti portati avanti da Quentin Tarantino: le presentazioni, le collaborazioni, le consulenze, i cammei. Prendiamo per esempio il progetto Four Rooms, nato dal suo desiderio di realizzare un film collettivo (doveva intitolarsi inizialmente Five Rooms prima della defezione del regista Richard Linklater), al fianco di alcuni colleghi del Sundance Film Institute: la regista indipendente Allison Anders (Mi vida loca), il regista, sceneggiatore e produttore Alexandre Rockwell (In the soup) e l’amico fraterno Robert Rodriguez (Sin City). Tarantino - qui intenzionato a omaggiare la Nouvelle Vague - portò avanti il progetto con il proverbiale entusiasmo che lo caratterizza ma il risultato – oggi storicamente apprezzato – non suscitò la giusta risposta di critica e pubblico. E dire che anni dopo, schiere di esegeti in tutta America e Europa si sarebbero occupati di sviscerare intenti, stilemi, citazioni (moltissime, come sempre) e divertissement assortiti dei quattro registi, portando ognuno degli episodi in cui è suddiviso il film allo status di cult da celebrare con attitudine feticista.
Collante fra le quattro storie – ambientate in altrettante camere dello stesso albergo – è il fattorino Ted (interpretato da un Tim Roth in versione Buster Keaton postmoderno) che si muove fra le diverse camere fino al crollo nervoso e al magistrale climax finale.
L’hotel è sempre stato uno dei paradigmi Avant-Pop attraverso cui declinare temi, esperimenti stilistici e costruzioni di immaginari. Pensiamo a Hotel Room di David Lynch o al film 1408 tratto dall'omonimo racconto di Stephen King.
Il primo episodio: Honeymoon Suite - The Missing Ingredient scritto e diretto da Allison Anders vede un gruppo di streghe (tra cui una Madonna appena uscita dalle pagine di SEX) impegnate a sedurre Ted per carpire il suo sperma, ingrediente finale che riporterà fra noi la Dea cui la congrega di streghe è devota. Fra citazioni d’antan come il burlesque à la Betty Page e effetti posticci multicolori, Ted finirà per cedere alle lusinghe della strega designata a “prelevare” il materiale (una fragolosa pin-up interpretata da Ione Skye) e la congrega potrà così completare il proprio rituale.
Il secondo episodio: Room 404 - The Wrong Man diretto da Alexandre Rockwell vede Ted finire per sbaglio nel bel mezzo di un gioco pericoloso fra due folli amanti (di cui Ted sconosce la matrice ludica). Il marito Siegfried accusa Ted di aver irretito la moglie (Jennifer Beals) tenuta per questo legata a una sedia. I tre danno vita a una sequela di dialoghi e sketch meravigliosi (come quella in cui Jennifer Beals inizia a ripetere tutti i sinonimi della parola «pene»).

sabato 2 marzo 2013

Sukiyaki Western Django di Takashi Miike (2007)


Anche il Giappone ha avuto il suo spaghetti western in età contemporanea, girato nientemeno che da Takashi Miike, signore e signori, nel 2007. Si tratta del portentoso Sukiyaki Western Django. Due ore di roboante commistione fra elementi orientali e occidentali, statunitensi e giapponesi, contemporanei e risalenti alla guerra civile americana. Il lavoro di “Beat” Takashi è immane perché rende, elegante, fluido e coerente un flusso narrativo nato dal compenetrarsi di due canoni: il racconto orientale di vendetta (con la sua base di onore, violenza e spiritualità) e il western all'italiana, cinico, violento, antimoralistico e pessimista. Il film è introdotto dal frammento di Piringo (interpretato da Quentin Tarantino!), un pistolero che in uno scenario posticcio e teatrale recupera un uovo già ingoiato da una serpe per preparare il suo sukiyaki. Piringo racconta della leggendaria battaglia fra gli Heike (i bianchi) e i Genji (i rossi) a dei pistoleri che sembrano braccarlo. Da qui prende avvio la vicenda vera e propria, con l’arrivo di un pistolero solitario in Nevada (come indica un segnale di legno intagliato a caratteri giapponesi…) e il suo confronto con le due bande di filibustieri in lotta per accaparrarsi una cittadina che custodisce un enorme tesoro.
Fra storie di estrema violenza e poesia (come vuole il canone giapponese), comicità, catarsi danzanti (imperdibile il frammento in cui la “tentatrice” Shizuka racconta il suo dramma per movimenti nel saloon degli Heike), racconto orale, mitologia e agnizioni in duello, Takashi Miike realizza una grande opera Avant-Pop. In Sukiyaki Western Django il frammento non è mai lasciato a se stesso o giustapposto, è bensì elemento integrato nella narrazione. Ecco perché troviamo plausibile (e meraviglioso) che il rozzo Kiyomori, leader dei Rossi, tiri fuori l’Enrico VI di Shakespeare, evocando la Guerra delle due rose (come Piringo aveva citato la Battaglia di Dan-no-ura), o che Benkei, con indosso un cappello coi crini in stile tibetano, trascini dietro la sua diligenza una copia esatta della bara del Django corbucciano contenente anch'essa un’enorme mitragliatrice.

sabato 19 gennaio 2013

Django Unchained di Quentin Tarantino (2012)


Tanta l’attesa, come la fiumana di parole che sono state scritte – la maggior parte senza aver ancora visto il film, spesso in stile recensione preventiva di «Libero» - ma è qui, è finalmente in sala, il nuovo film di Quentin Tarantino, Django Unchained che, diciamolo subito, non è un semplice «omaggio al genere spaghetti western» (che diavolo di parola è poi «omaggio»?!), tanto più che Tarantino ha dimostrato di aver metabolizzato e coniugato geneticamente lo spaghetti western nel suo cinema già a partire da Le Iene. Come in uso nello spaghetti western, il regista di Pulp Fiction recupera uno dei nomi dei personaggi-tipo, Django appunto, originariamente creato dal genio di Sergio Corbucci nell'omonimo, cupissimo e senza remissione, film del 1966. Come allora il nome del personaggio è un’evocazione utile a richiamare alla mente dello spettatore l’immaginario ma che poi ha poco a che vedere con il pistolero che si trascina dietro una bara, interpretato da Franco Nero. Tarantino apre il suo film sulle note del tema del Django di Corbucci. Il brano di Luis Bacalov e Rocky Roberts introduce il personaggio di Django, recuperando la desolazione del paesaggio in cui allora si muoveva il pistolero, paesaggio oggi attraversato dal Django schiavo in catene di Tarantino, interpretato con coolness inaudita da Jamie Foxx. Il regista di Kill Bill realizza una splendida e immane opera che – come Bastardi senza gloria – s’incista nella storia per rimaneggiarla e affrescarla in maniera minuziosa, complessa e spassosissima, restituendola allo spettatore sotto forma di nuova mitologia. Questa volta la riscrittura rivoluzionaria della storia, dopo il totalitarismo nazista di Bastardi senza gloria, si rivolge allo schiavismo, alla sua perpetrazione e declinazione nell'orrore quotidiano. Siamo nel sud degli Stati Uniti (Texas), alle porte della guerra civile americana.

martedì 27 novembre 2012

Pulp Fiction di Quentin Tarantino (1994)


Quentin Tarantino ha segnato più di una volta le istanze del cinema futuro - si pensi a Kill Bill e Bastardi senza gloria - ma con Pulp Fiction (1994) è riuscito a influenzare in maniera mai vista prima non solo le forme della cinematografia ma anche quelle della letteratura mondiale (da noi ne ha tracciato gli effetti Elisabetta Mondello nel suo saggio La giovane narrativa degli anni Novanta: cannibali e dintorni), della serialità e della musica (si consiglia la lettura della lunga e illuminante riflessione sul rock nel cinema di Tarantino proposta nel numero di agosto 2010 di «Rolling Stone Magazine»).
Scritta a quattro mani insieme a Roger Avary, Pulp Fiction, muove da alcune situazioni topiche dell’immaginario criminale più classico per stravolgerne i contorni portando al limite personaggi, situazioni e azioni. Con cura minuziosa e dedizione per i dettagli Tarantino materializza, inquadratura per inquadratura, il suo personale paradigma cinematografico tutto da declinare, un universo citazionistico, caleidoscopico, dove si incontrano Godard, Fellini, George Lucas, i film d'exploitation, il poliziottesco, la letteratura di consumo e ancora Scorsese, Elia Kazan e senza dubbio l'amattissimo Segio Leone. Con Pulp Fiction Tarantino dopo l’eleganza narrativa de Le Iene ragiona ancora sulla forma ricorrendo a un racconto frammentato (ma non franto), episodico e intertestuale.
La maggior parte del budget per Pulp Fiction fu speso per il cast stellare: John Travolta (che con il ruolo di Vincent Vega ritrovò caratura), Samuel L. Jackson (iconico), Tim Roth, Bruce Willis, l’immenso Harvey Keitel, Christopher Walken e lei, da allora musa di Quentin Tarantino (tra l’altro causa della fine della relazione del regista con Sofia Coppola), l’unica a poter indossare quel caschetto nero: Uma Thurman. Il suo volto divenne il brand del film: Uma appare nella locandina su di un letto, con una sigaretta in mano, un pulp magazine e una pistola accanto a lei. Dopo Pulp Fiction, Uma stringerà con Quentin un sodalizio amicale e creativo assai duraturo, collaborando persino al soggetto di Kill Bill, dove interpreta un altro ruolo topico, entrato nell'affollato e impermanente immaginario della cultura pop: la Sposa.

martedì 30 ottobre 2012

Le iene di Quentin Tarantino (1992)

Chi non ricorda l’inizio del cult movie Le iene in cui Mr. Brown fa l’esegesi del brano Like a virgin di Madonna? Poi, chi non ha amato alla follia i dialoghi serrati fra i protagonisti, la coolness senza tempo del completo nero-camicia-bianca-cravatta nera dei protagonisti e chi, infine, non ricorda la scena in cui il disturbatissimo Mr. Blonde taglia un orecchio a Marvin? Domande retoriche, queste, perché a distanza di anni – la pellicola uscì nel lontano e postmoderno 1992 – Le iene continua a rappresentare per la critica cinematografica (quanto per quella letteraria) un cardine imprescindibile per la comprensione di un certo modo di fare cinema: Avant-pop, creativo, dalla solida base formale e immaginifica.
Quentin Tarantino debutta nel cinema realizzando la sua versione di Rapina a mano armata, in cui la narrazione ruota intorno a un colpo (che non vedremo mai) e agli effetti di questo su un gruppo di malviventi in black suit. Attorno all'evento fuori campo Tarantino costruisce un universo composito, deliziosamente pop in cui il crimine incontra la everyday life suburbana e musica e cinema si diluiscono in dialoghi, azioni e intenzioni. Le iene – già prima di Pulp Fiction – contiene stilemi e direzioni che faranno letteralmente scuola per tanto cinema (e ripetiamo narrativa) a venire, per la verità non sempre con risultati all'altezza del modello: humor nero, decostruzione del tempo del racconto, riferimenti alla popular culture, al noir inteso come genere e immaginario, alla Nouvelle Vague (principalmente Godard).

Nota particolare merita la citazione - mai fine a stessa ma letteralmente venerata - che qui si materializza in un continuo gioco alla riedizione: i completi neri richiamano The Blues Brothers e il finale di A better Tomorrow II di John Woo, la scena più violenta del film in cui lo psicopatico Mr.Blonde taglia l’orecchio a Marvin richiama sia Milano Calibro 9 di Fernando di Leo che The Shogun Assassin di Kinji Fukasaku ma moltissimi altri riferimenti possono essere recuperati - e lo sono stati - da cinefili e appassionati sparsi per tutto il globo.
Le iene – amatissimo in Europa e riconosciuto come pellicola rivoluzionaria al Sundance Film Festival – sancisce un nuovo inizio, “un domani migliore” per l’arte cinematografica. Oggi, dopo Bastardi senza gloria, possiamo ben dire che Quentin Tarantino continua – con successo e inventiva – a mostrare le nuove direzioni del cinema migliore.

mercoledì 24 ottobre 2012

Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino (2009)


Ha ragione Andrea “Contenebbia” Bruni quando scrive che con il suo ultimo capolavoro Bastardi senza gloria Quentin Tarantino sta indicandoci la via del “cinema che verrà”. Una strada fatta di impegno e profonda fede nell'immenso potere del cinema (qui la citazione interna, in parte estetica, al cinema di Goebbles non è una coincidenza… ma poi cosa lo è in un film di Tarantino?), di allegoria, di sovversione dei generi e immaginifica ricostruzione attraverso il what if di matrice fumettistica (da Topolino alla Marvel).
Minuziosa l’opera di costruzione operata da Tarantino, brani, quasi dei “bocconi” di informazioni vengono introdotte con mano sapiente per creare un universo alternativo e riconoscibile, pop e ricercato, che va dall'interrogatorio iniziale di Hans Landa (Christoph Waltz) agli scorci parigini che avvolgono la sdrucita ed elegantissima figura di Shosanna (Mélanie Laurent) per arrivare all'ormai consolidato strumento del flashback (celebrato ampiamente in Kill Bill è ormai un vero e proprio stilema del cinema di Tarantino). Anche laddove sono presenti dei “buchi” essi vengono percepiti dallo spettatore come avvertimento dello sconfinato potenziale narrativo della storia (o delle infinite storie): il salto temporale dalla corsa di Shosanna bambina alla sua nuova identità francese o l’introduzione in medias res del personaggio-chiave di Bridget von Hammersmark (Diane Kruger), tratteggiata in poche e materiche pennellate che ne fanno a tutti gli effetti una protagonista centrale. Non bisogna poi dimenticare le contraddizioni, le sembianze ossimoriche (perciò ricche di potenziale immaginifico) di personaggi e contesti in grado di immergere lo spettatore in un mondo alternativo e deliziosamente pop, rendendo il materiale narrativo iconico e incancellabile, vero e proprio elemento capace di entrare di diritto nell'immaginario popolare: “The Bear Jew” (Eli Roth) e la sua mazza da baseball, lo psicopatico quiescente Hugo Stiglitz ( Til Schweiger) e la stessa Shosanna.

venerdì 6 luglio 2012

RADICI: My best friend's birthday di Quentin Tarantino (1987)


Conoscere la genesi del primo film di Quentin Tarantino My best friend’s birthday significa scoprire e comprendere le radici che hanno alimentato (e alimentano tutt'oggi) il successo del regista di Kill Bill e Bastardi senza gloria. Tutti, si sa, abbiamo bisogno di incoraggiamento all'inizio del percorso che abbiamo scelto di intraprendere, così anche Quentin che iniziò la sua incredibile carriera grazie all’incontro con Lawrence Bender, il futuro produttore di tutti i suoi successi: da Le Iene a Jackie Brown, da Pulp Fiction a Four Rooms. Conosciuto durante un party a Hollywood Bender consigliò al giovane Tarantino, allora ancora studente e impiegato del Manhattan Beach Video Archivies, di buttare giù una sceneggiatura. Detto fatto ed ecco che scritto a quattro mani insieme a Craig Hamann e girato dal solo Tarantino fu realizzato in bianco e nero My best friend’s birthday in cui i due autori recitano nei ruoli dell’invadente Clarence e del suo amico Mickey. Il progetto – probabilmente come è giusto che sia per un esperimento iniziale – prese molto tempo a causa di diverse difficoltà riguardanti le location e la troupe e infine abortì a causa di un incendio nel laboratorio di sviluppo che distrusse gran parte del girato (quel che ne rimane è reperibile su Youtube, tutti i video sottotitolati in italiano sono disponibili alla fine del post).