Dopo l'uscita di Giallo ci eravamo davvero rassegnati a dire addio a Dario Argento. Restava l’affetto
spropositato nei suoi confronti, nei confronti della sua Opera (che nel mio
caso raggiunge la vera e propria venerazione) e della sua creatura in carne,
ossa e tegumento: Asia Argento. Dopo le prime notizie sul progetto Dracula mi
sono chiesto il perché Dario Argento abbia voluto confrontarsi con un
immaginario oggi estremamente saturo e inflazionato come quello delle zannute
creature della notte. Perché farlo con precedenti - attenendoci alla sola contemporaneità - dalle dimensioni artistiche di un Moloch come quello di
Francis Ford Coppola? La catastrofe sembrava annunciata: la pellicola nonostante
sia ben girata risulta telefonatissima, non ha alcun guizzo tensivo figuriamoci
se orrorifico. Mi è bastato andare a vederlo per capire che, nonostante ciò, Dracula 3D è un vero capolavoro. Lo è
perché è un’opera camp come non se ne vedevano da un pezzo. Se osservato dalla
giusta prospettiva – che potremmo battezzare come il senso di Dario per il kitsch – Dracula di Dario Argento è una visione imperdibile e
spassosissima. C’è di più, la scelta del camp applicata a un genere ormai mainstream,
normalizzato, persino conservatore, come quello dei vampiri (si pensi alla saga
di Twilight dove questi poveri
disgraziati da sempre simbolo di pansessualità e ludibrio praticano la castità,
non desiderano altro che il matrimonio e mettono alla luce paffute creature da
reclame) diventa una scelta programmatica. Il camp è, com'è sempre stato dai
tempi in cui Sontag lo teorizzò, la via d’uscita, il salvacondotto per una
visione moderna e libera.
domenica 25 novembre 2012
sabato 24 novembre 2012
Totally Fucked Up di Gregg Araki (1993)
Ci sono, occasionalmente, registi
che sono in grado di rappresentare la realtà sociale e culturale che li ha
prodotti, diventando, al di là delle proprie prerogative e i propri stilemi,
dei Grandi Narratori Epocali. Questo manipolo di filmaker imprigiona l’essenza di un’epoca, per nostre future
visioni, condivisioni e immedesimazioni. Tra questi vi è certamente il
losangelino Gregg Araki che con la
sua TeenageApocalypse Trilogy ha messo in scena la sensibilità insicura, pop,
malinconica e possibilista dell’intero decennio degli anni Novanta. La trilogia
apre nel 1993 con Totally Fucked Up, in cui Araki muove il suo sguardo su una Los
Angeles dai grandi formati, dove ogni non-luogo è al servizio della narrazione
Avant-Pop costruita per i giovani protagonisti. Lavanderie, car wash, stazioni di servizio, negozi
di dischi e ovviamente supermarket (paradigma centrale e infernale della
rappresentazione narrativa e filmica degli anni Novanta), vengono attraversati,
inglobano e divorano i personaggi che, serafici, sembrano ignorare le enormi
cartellonistiche pubblicitarie (che fanno del film un vero happening pop art) e gli spazi vacui e vuoti, sporadicamente
attraversati da assurdi individui ormai non più umani. Gregg Araki utilizza
tutto questo splendido materiale pop, luccicante e di facile consumo per
manipolarlo, esplorarlo e trasformarlo in citazioni e riferimenti continui che
completano la narrazione.
Al centro dell’affresco Avant-Pop
di Gregg Araki c’è una famiglia customizzata che sembra derivare dall’idea di Kitchen di Banana Yoshimoto (1988). Un
gruppo di adolescenti omosessuali, tipizzati, che muovono, ognuno a suo modo
sperimentando, lo sguardo, i sensi e i corpi tesi, in un ultimo sprazzo
vitalistico e sensuale, giusto prima del declino annunciato. Ci sono le deliziose
Patricia e Michele, l’unica coppia tradizionale del gruppo, materne, vitali e
centrali per la famiglia customizzata; Andy lo slacker dark e ipersensibile che avverte già l’orrore che deflagrerà,
fragilissimo nelle fattezze dell’amato James Duval (che Araki vorrà al centro delle successive pellicole della trilogia Doom Generation e Nowhere), Tommy (Roko Belic, qui sbarbatellissimo)
che vive ancora con mammà, prototipo teen
cui è destinato il compito di conservare ancora delle illusioni; Steven il
fedifrago autore delle testimonianze e delle interviste che andranno a
costituire lo scheletro autoreferenziale del film e infine Deric vittima di
violenza perché omosessuale. Topica la narrazione dell’aggressione a Deric e le
reazioni della famiglia customizzata, un modus
operandi che segnerà la strada per il New Queer Cinema.
domenica 18 novembre 2012
INLAND EMPIRE - L'impero della mente di David Lynch (2006)
Diciamolo subito, è impossibile,
oltre che sterile, cercare di catalogare le suggestioni che INLAND EMPIRE, l’ultimo capolavoro realizzato da David Lynch nel 2006, ci riserva. Sono esse figlie di un
automatismo onirico atto ad allargare la capacità cognitiva e interpretativa
dell’oggetto cinematografico. Non a caso INLAND
EMPIRE segue il raffinato Mulholland Drive, con cui condivide la cornice metacinematografica (dai contorni
soffusi, sfumati, sempre in penombra), intesa come paradigma del raggiungimento
di universi “altri”, tasselli, schegge, frammenti che inducono lo spettatore ad
abbandonare ancora una volta i rassicuranti concetti di trama e intreccio per
un viaggio “poli-emozionale”, il più delle volte impensabile in una sala
cinematografica.
La pellicola si apre sull'immagine
di una puntina di grammofono su un vinile, una voce (quella dello stesso Lynch)
fa un annuncio in stile radiofonico introducendo i concetti di serialità e
memoria, nonché di riproducibilità dell’opera massmediale. Non ci sorprende poi
l’ouverture europea con i volti edulcorati che vede una prostituta senza
memoria insieme a un uomo. La prostituta è una figura psicoantropologica (che,
come ci insegna Benjamin, insieme al dandy e al flaneur rappresenta e descrive
la modernità) fragile, esposta e sottomessa. «A woman in trouble» recita il
sottotitolo originale, diventando interfaccia della rappresentazione del
femminile, dilaniato da appetiti ferini, imprigionato, sottomesso nei lascivi
ed eleganti frammenti polacchi piuttosto che nell'ambiente familiare suburbano
e decisamente orrorifico (potrebbe essere altrimenti?). È inoltre chiaro sin da
subito che INLAND EMPIRE si pone come
perno dell’intera opera lynchiana: i concetti di colpa e segreto che nella
rappresentazione della sitcom dada Rabbits
sembra voler richiamare il dubbio massmediatico «chi ha ucciso Laura Palmer?»;
la presenza di Laura Dern (Velluto Blu,
Cuore Selvaggio), la cui immagine è qui
riprodotta e incarnata in decine di personaggi che si avvicendano sul suo
volto; il concetto di memoria franto e perduto nei meandri della parola (Hotel Room); la dualità speculare
incentrata su una coppia di donne (stilema poetico assai amato da Lynch,
ricordiamo Velluto Blu, Strade Perdute, Mulholland Drive): Laura Dern/Karolina Gruszka, Laura Dern/Julia Ormond; persino l’antesignano (nei confronti di questa pellicola)
cortometraggio in digitale Darkened Room.
È evidente qui il desiderio di Lynch di dialogare con la sua stessa opera,
omaggiata persino nel finale réunion
sui titoli di coda. «Bellooo» esclamerà la donna con la gamba
amputata (un altro riferimento al leggendario corto The Amputee?) mentre il pantheon lynchiano si coagula sulle note di
Sinner man di Nina Simone.
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sabato 17 novembre 2012
Nota a margine sulla quinta e ultima stagione di Damages
Quello cui una serie come Damages deve pensare nella sua incarnazione finale (in questo caso
dieci episodi prodotti da Audience Network) è completare il tratteggio dei suoi
protagonisti e solo in maniera derivativa risolvere l’intreccio. Quest'ultimo
amplificato sufficientemente dal caso di quest’anno dedicato all’hacking e all’informazione ai giorni di
Wikileaks, con protagonista Ryan Phillippe nei panni del disturbato ed egocentrico hacker e guru Channing McClaren. Le ultime due stagioni del serial ci hanno proposto intrecci
narrativi meno complessi (ma non meno avvincenti) puntando maggiormente sulla
costruzione endemica del carattere di Ellen Parsons (Rose Byrne) per opera di
Patty Hewes (Glenn Close). I silenzi, gli sguardi sull’orrore immateriale che
Patty punta spesso di fronte a sé durante la quarta stagione si fanno, ora, sempre
più presenti e ingombranti. Essi annunciano, nell’incertezza affatto simulata,
il timore di Patty nei confronti della realizzazione del bildungsroman scritto per Ellen.
Facciamo un passo indietro. Una
parabola ascendente ha visto Patty astrarsi dalla «terra» - vituperata e vilipesa fino alla fine, nel confronto col padre e col figlio
Michael - per maneggiare l’astrazione delle azioni, della parola e degli
intenti. Un percorso che ha allontanato Patty dal contatto
materiale e che le ha permesso di agire con questi strumenti sulla carne pur
rimanendole lontana. Questo anche quando gli affetti (l’amico fragile Ray Fiske, il
pari Tom Shayes e zio Pete) sono caduti, umiliati e offesi, ai suoi piedi. Non
vi è mai odore di morgue intorno a Patty, eppure dovrebbe esserci, non v’è
neppure contatto salvifico, eppure una bambina è l’unica cosa rimastale di una
famiglia naufragata in tregenda. Patty muove allora l’ultimo passo della
scalata alla realtà non-umana che ha scelto per sé. Lo fa in particolare nello
sguardo e nella parola senza remissione che annichiliscono il padre sul letto
di morte. Da lì, l’attitudine umana e carnale alla maternità diviene a sua volta
un’idea, una prerogativa, possiamo dire un’istanza, che veste agli occhi di
Patty i panni alteri dell’eredità. Ellen è quanto di più vi si sia avvicinato e
Patty deve compiere un’ultima «mossa»
nei confronti della sua protégé (che
non riuscirà mai a percepire se stessa come antagonista) per allontanarla dalle
facezie della sua umanità. Vi riuscirà. L’agnizione finale, come sempre sul molo,
vede Patty impegnata a mostrare l’inutilità ontologica del terreno, della
carne, del «sangue»
che, serafica, segnala sulle mani di entrambe. L’appendice, con
l’incontro (edulcorato) tra le due donne, serve solo a mettere in scena l’ultimo
moto umano di Patty, il dubbio. Lo vediamo attraversare il suo volto prima
dell’ultimo rifiuto, quello della propria casa, in favore del ritorno
nell’empireo lavorativo.
domenica 11 novembre 2012
Absurd encounter with fear di David Lynch (1967)
Abbiamo già parlato dei corti di David Lynch, raccolti da Raro Video in
cofanetto insieme a Eraserhead e Dumbland, oggi invece recuperiamo uno
dei primi lavori realizzati da Lynch (visibile integralmente alla fine del post),
nel 1967 (fra Six Figures Getting Sick
e The Alphabet), lo straniante Absurd encounter with fear girato in una sola scena, con due protagonisti
interpretati dall’amico Jack Fisk e
dalla prima moglie di Lynch Peggy Reavey.
L’esperimento è un esempio tra i più completi di cinema surrealista, in cui
gioca un ruolo chiave la colonna sonora, tensiva e assai drammatica. Siamo, en plein air, in un campo dove una
figura grottesca e traballante, dalla pelle di colore blu, si avvicina con aria
minacciosa a una fanciulla accucciata fra le erbacce. Nonostante sia giorno, si
tratta di una vera e propria apparizione (come quelle ricercate dai surrealisti
nelle sale cinematografiche o nei boulevard più bui) che sovrasta la fragile e
innocente creatura. I temi della sessualità, delle imposizioni e dello sguardo
innocente violato dalle brutture adulte deflagrano quando la creatura usa le
sue mani blu per aprire la cerniera dei pantaloni da cui inizia a tir fuori dei
fiori di campo. Lynch anticipa qui la sua riflessione sulle minacce
all’ispirazione e alla creazione artistica che saranno poi ben rappresentante
in The Grandmother.
L’arte, qui probabilmente nelle impalpabili
vesti dell’ispirazione, è sovrastata e violata dalla sessualità più grottesca e
ordinaria, finché lo sguardo salvifico dell’occhio cinematografico non pone
fine alla sofferenza e alla paura. Absurd
encounter with fear (recuperabile nel prezioso The Lime Green Set insieme a Fictitious Anacin commercial) è un
breve ma illuminante esperimento che dice già molto su quella che sarà la
magnifica visione surrealista del cinema di David Lynch.
sabato 10 novembre 2012
Un raffinato libro sul cattivo gusto: Shock di John Waters (1981)
Signore e signori benvenuti a
Baltimora, Maryland. Datevi un’occhiata in giro, la città vanta le acconciature
più vertiginose, la gente più strana che potreste incontrare e un sano, elevato,
numero di crimini! Prego, lor signori, venite a prendere l’unica guida che vale
la pena di consultare della città, Shock del nostro amato John Waters. Oh, fate attenzione ai
ratti lì vicino al bancone! La signora
Mac, la nostra «regina dei ratti» deve ancora passare per la
disinfestazione annuale.
Sì, amici prendiamo la nostra
copia di Shock (in traduzione
italiana la si trova per Edizioni Lindau, con una deliziosa prefazione di Vito Zagarrio), a metà fra autobiografia, manuale how-to (su come coltivare, per esempio, la propria passione per i
delitti più macabri e i relativi processi mediatici), guida nell'immaginario
della città di Baltimora e ode ai propri miti (Russ Meyer e Herschell Gordon
Lewis). Il regista incoronato «re del vomito» (la cui fenomenologia Waters
ricollega direttamente a Bergman) e del cattivo gusto, dimostra qui le
sue eccellenti doti di scrittore. Brillante, elegante e diretta, la scrittura
di Waters ci introduce alla sua personale visione, cinematografica e sociale.
Pare che sua madre dopo aver letto la bozza di Shock (titolo originale Shock
Value. A Tasteful Book About Bad
Taste) abbia esclamato «Sapevo che avevi dei problemi da
ragazzo ma non avevo idea che fossero così gravi». Noi invece si va in brodo di
giuggiole a leggere la genesi dei Dreamlanders,
la terribile gang con cui Waters realizzò le sue prime, ormai leggendarie
pellicole. Il rapporto con la faccia d’angelo Mary Vivian Pearce (per gli amici
Bonnie), la terribile ed elegantissima Maelcum Soul, Mink Stole (a cui Waters
riconosce, fra tutti, le doti migliori nella recitazione), lo straniante David
Lochary la cui morte segnerà il percorso dei Dreamlanders, e lei «la
donna più bella del mondo», Divine che
Waters racconta senza filtri, dalle vessazioni cui era costretto da adolescente,
ai lussuosi party organizzati a spese di sgomenti genitori, fino
all'acclamazione dell’icona underground (poi mainstream) con il volto creato ad
hoc da Van Smith. Waters racconta, sorridendo sotto i baffetti à la Douglas Fairbanks, di come la
condizione borghese e suburbana della sua famiglia (come si fa a non amare
genitori simili, tratteggiati in modo così eccellente da John Waters?) abbia
generato in lui sin da piccolo l’impulso verso il ribaltamento totale, dapprima
estetico, poi sociale. Waters, serafico, dichiara che tutti da giovani devono
compiere qualcosa al di fuori della legge (badate bene, DA GIOVANI), azioni che
rappresentano le tappe di un sano percorso di vita. Un percorso che è quello di
Waters stesso e dei Dreamland, dai corti alle prime sconvolgenti pellicole (qui
raccontate in preziosi e imperdibili behind
the scenes), Mondo Trasho, Multiple Maniacs, senza dialoghi sincronizzati ma con meravigliose colonne sonore
rock’n roll, Pink Flamingos, definito
dallo stesso regista come un punto di non ritorno, Female Trouble, un vero manifesto estetico (l’immagine serigrafata
di Divine con il taglio alla moicana finì dritta dritta sulle t-shirt dei punk
londinesi) e Desperate Living in cui
Waters coinvolse la strabordante Liz Renay.
lunedì 5 novembre 2012
Desperate Housewives: la terza stagione (2006/2007)
La terza stagione di Desperate Housewives segna il definitivo ingresso del personaggio, ormai cult, di Orson Hodge (quanto ci rese felici vedere ancora una volta Kyle McLachlan sul piccolo schermo!). Conclusa la vicenda degli Applewhite, dal prologo della stagione impariamo a seguire Orson, in casa della prima moglie, Alma, con la quale condivide l’amore per l’ordine e la pulizia maniacale (non vi ricorda nessuno?). Come sempre, qualcosa si nasconde dietro le staccionate della zona suburbana e presto macchie di sangue potrebbero sporcare i lindi tappeti e la mobilia in rovere di casa Hodge. Solo ritornando a Wisteria Lane però potremmo osservare il dipanarsi della vicenda. Chi è veramente Orson e perché tenta di nascondere la madre, dandola per incapace di intendere e volere?
Non preoccupatevi, dalla midseason in poi ritroveremo la scellerata genitrice, Gloria Hodge (Una sorta di Medea postmoderna con il volto spigoloso di Dixie Carter) in piena forma e pronta a riportare le cose allo status iniziale. Non importa se questo comporterà qualche problema (affatto smacchiabile) alla nostra amata Bree. Mentre Gabrielle sta per sposare un politico senza scrupoli e Susan pare aver dimenticato Mike, Lynette dovrà affrontare la presenza della ritrovata figliastra di quel beone di suo marito Tom. L’episodio Bang (3×07), complice una deliziosa cornice da pulp story, ricreerà il microcosmo familiare sconnesso degli Scavo, in unica unità di luogo, causa un maniaco con pistola che tiene d’assedio il locale supermarket. Alla fine dell’episodio molte cose cambieranno e Lynette presto dovrà imparare a temere la sua nuova piccola e disturbata figliastra Kayla, pronta a recuperare il rapporto con suo padre…
Nel finale di stagione, dopo aver risolto il giallo degli Hodge, troveremo le nostre casalinghe sommerse dalle menzogne, quelle del nuovo marito di Gabrielle, interessato solo ai voti dei latinoamericani, quelle di Bree intenta a mascherare un evidente segreto riguardante la figlia Danielle, quelle di Carlos a Edie, ancora innamorato della sua ex-moglie (che durante la stagione avrà anche una storia sui toni comedy e camp nientemeno che con un ricco e cresciuto Zach Young!) e quelle delle stessa Edie che ci lascerà, negli ultimi minuti della season finale, con un cappio alla gola e una sedia pronta a sbattere sul pavimento.
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